“La Cerimonia dell’assenzio” è una celebrazione di tre grandi menti di fine 800 tra genio e disagio interiore.
Siamo alla fine dell’Ottocento e in quel periodo sono tre gli autori che hanno plasmato l’arte letteraria. Verlaine, Rimbaud e il meno conosciuto Lautreamont sono infatti tre personaggi di spicco che all’arte hanno dato tanto.
La loro vita non è stata però tutta rose e fiori, hanno vissuto infatti momenti di forte disagio, forse proprio quella la fonte della loro arte. Verlaine e Rimbaud sono stati protagonisti di un rapporto molto discusso, soprattutto per l’epoca in cui hanno vissuto. Un amore clandestino, dove un valido autore, sposato con un figlio, è stato conquistato dal più ribelle e giovane collega letterario. Una carica erotica consumata tra sesso e droga, tra oppio ed estro creativo, tra baci e violenza, caratterizzando una virile passione. Lautreamont è stato invece un autore non capito, ma recuperato proprio dai due più noti artisti, celebrando il suo lavoro.
“La cerimonia dell’assenzio” è un’opera omaggio a tre grandi autori, ma anche un crudo spaccato della loro vita. Giuseppe Brandi, Emanuele Di Simone e Francesco Petrillo sono i tre attori che hanno interpretato i tre protagonisti. Rispettivamente Rimbaud, Verlaine e Lautreamont, panni che avevano già portato in scena per tre monologhi dedicati agli stessi autori. La penna da cui nasce questo filone artistico è quella di Antonio Mocciola, in questo caso con la collaborazione di Roberto Schena.
Così come filo rosso degli altri spettacoli, ma come filo conduttore di tutta la drammaturgia di Mocciola, anche in questo caso il nudo in scena è stato ben marcato. Nudi integrali che mettono in luce coraggio e professionalità degli autori, ma nudi sempre congeniali a ciò che viene raccontato.
Tre tipologie di nudo differente che rappresentano esibizionismo, imbarazzo, espiazione, sottolineando con questa scelta, ciò che viene narrato. La regia dello stesso Giuseppe Brandi fa vivere in scena, sul palco del Teatro Tram di Napoli, la vita privata, e non solo, di questi emblematici scrittori.
Mocciola e Schena, ne “La Cerimonia dell’assenzio” sottolineano un evidente parallelo tra passato e futuro. Non è solamente la vita personale tra i protagonisti ad essere messa in luce, in senso stretto, durante lo spettacolo. E’ una serie di condizioni di disagio interiore e sociale quello che viene fuori in questo spettacolo. Il rapporto difficile tra due uomini, la differenza di età, il contesto sociale, la difficoltà di emergere professionalmente. E ancora l’utilizzo di stupefacenti, la violenza, il passaggio tra arte, amore, sesso e male interiore sono palpabili. Esattamente come queste caratteristiche si potevano sentire fortissime alla fine dell’Ottocento, viene da pensare come sia tutto in realtà così attuale.
Uno spettacolo che ha un valore artistico non per il ricordo di tre autori, ma per l’impegno di scavare nel loro vissuto. In modo crudo, diretto, quasi violento, un modo di mostrare al pubblico l’altra faccia di qualcosa che non tutti sanno.
“La Cerimonia dell’assenzio” è la degna conclusione di un percorso che ha visto come protagonisti tre noti poeti maledetti. Soprattutto uno spettacolo che ha voluto mostrare uno spaccato intimo e scomodo che fa riflettere anche sulle dinamiche attuali.
Gaetano Cutri

