Mirco Costacurta, icona della mostra “Le vittime di Dio”
“La prima volta nudo, su un palco: una rivelazione”

 

Abbiamo intervistato Mirco Costacurta, che nel 2023 sposò una causa importante, accettando di posare completamente nudo per una mostra fotografica di Antonio Mocciola, “Le vittime di Dio”. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo, e di cosa sta facendo adesso il “modello per un giorno”.

Come ti presenteresti ai nostri lettori che non ti conoscessero? 
Ciao! Mi chiamo Mirco, attualmente sono assunto come assegnista di ricerca all’Università degli Studi di Milano, dopo aver conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Sociali, sono specializzando in psicoterapia e mi dedico a varie attività tra cui le arti marziali, la coordinazione di attività in Arcigay a Padova, città in cui vivo.

Hai partecipato a “Le vittime di Dio”, il cui primo allestimento è stato al prestigioso museo Pan di Napoli. La mostra fotografica ha scatenato poli opposti di entusiasmi e contestazioni, facendo indignare Matteo Salvini con un “tweet” velenoso, la Curia di Napoli (che inviò sotto al museo i madonnari a dipingere icone per allontanare il demonio), il tg2 guidato dalla destra cattolica e molti benpensanti. Eppure, ancora se ne parla e dopo quella data le foto sono state esposte a Roma e Milano. Qual è la tua opinione sulla libertà d’espressione in Italia?

Il discorso è molto complesso. Molto sinteticamente credo che siamo un popolo più o meno consciamente abituato al fascismo e proprio come accadeva cento anni fa ci va bene l’idea che alcune cose possano essere censurate dall’alto. Troviamo delle giustificazioni a posteriori per limitare l’espressione individuale o collettiva, per fingere di essere persone pudiche e apparire come moralmente accettabili. Questi riferimenti al cattolicesimo che hai riportato sono la conferma di quello che ho appena affermato: il fascista non è cattolico, ma usa i discorsi pseudo-religiosi per argomentare in quanto non ha vere e proprie ragioni razionali per vietare la libertà di espressione se non la volontà di controllare la diversità, la disobbedienza e il potenziale disordine che gli stanno attorno e disturbano i suoi progetti di dominio. La libertà di espressione in Italia c’è ed è difesa dalla Costituzione, ma allo stesso tempo è soffocata perché abbiamo norme più specifiche che sanzionano il vilipendio, il favoreggiamento della prostituzione, la pornografia, il nudismo… in difesa di un “decoro” che non abbiamo ancora capito cosa realmente sia, ma va difeso secondo alcune persone. La libertà di espressione dovrebbe diventare un tema di molte agende politiche italiane ma credo sia ancora un tema sottovalutato.

Secondo te il Vaticano ha ancora il peso di un tempo nell’agenda politica italiana o pensi che le ingerenze siano ancora una stortura in un paese Europeo nel 2025?

Secondo me il Vaticano ha un peso simbolico molto forte e riesce a plasmare la nostra realtà non tanto perchè lo voglia fare, ma perchè noi gli diamo una rilevanza mediatica, pubblica e performativa eccessiva: se ci pensi il Papa non sapeva neppure che sarebbe apparso a Sanremo 2025. Come dicevo prima il Vaticano viene tirato in ballo quando si tratta di giustificare scelte oppressive verso le minoranze o rafforzare populisticamente l’immagine di un’autorità di destra. Papa Francesco non parla di Gender quanto alcuni nostri senatori e deputati attuali, ad esempio, che ne sono letteralmente ossessionati. Il Vaticano è uno strumento dell’autoritarismo di destra, non ha potere autonomo in Italia, lo si richiama in modo ipocrita quando può far comodo a qualcuno… e funziona (!) malgrado la Chiesa non abbia più la stessa pervasività e credibilità di un tempo.

Hai “indossato” sul corpo il nome di uno delle migliaia di eretici che la chiesa ha mandato al rogo in questi 2025 anni di dominio. Per il resto eri completamente nudo. Come hai vissuto l’esperienza, certamente inusuale, di essere a lungo la sola persona a nudo su un set di addetti ai lavori che erano lì per ritrarti? Eri in imbarazzo oppure è scattata una certa forma di narcisismo? Che rapporto hai con il tuo corpo?

Quando ero piccolo mi vergognavo anche di togliere la maglietta in spiaggia. Oggi, dopo un lungo percorso di studio, impegno politico e riflessione, non ho problemi a stare senza vestiti con altre persone anche in situazioni non intime. Il corpo è uno strumento politico e come tale può essere usato per veicolare messaggi di varia natura in quanto elementare mezzo di comunicazione che ogni persona ha in dotazione. Nel mio caso il corpo è anche uno strumento di ricerca che mi permette di conoscere il mondo sociale che studio: non c’è “narcisismo” o “imbarazzo” nel nudismo, è una condizione sociale che si crea e in base al contesto in cui avviene determina differenti tipi di significato. Durante quegli scatti forse c’era orgoglio e fierezza di sostenere una giusta causa.

Noi siamo un’associazione che promuove il naturismo non solo nei luoghi deputati, ma anche – come nel caso dei lavori di Antonio Mocciola – nell’arte (foto, cinema, teatro). Cosa pensi del nudo artistico? In quale forma trovi sia più fruibile e potente?

Come ci insegna la religione cattolica, penso che il corpo nudo sia uno strumento espressivo molto potente ma che allo stesso tempo vada dosato per far sì che possa respirare il pubblico. Corpo nudo e vestiti stanno come le pause e le note in una melodia: sono essenziali entrambi per fare arte. Il teatro è sicuramente la condizione in cui i corpi nudi spiccano maggiormente perché si muovono, si percepiscono complessivamente con la vista, si sentono, si annusano e generano quelle repulsioni e quelle attrazioni che rendono anche il pubblico stesso dinamico, critico, pensante e parte dell’opera artistica.

Antonio Mocciola ha scelto la tua immagine (un bellissimo nudo integrale con tanto di dito medio alzato) per rappresentare l’intero allestimento, in una data romana della mostra. Che sensazione ti ha dato l’essere visto da centinaia di sconosciuti integralmente nudo, sebbene su una parete?

Onestamente è la prima volta che ci penso, forse perché in quel caso nessuno sapeva chi fossi, nessuno pensava a chi potesse essere quel ragazzo tatuato, vede un corpo qualsiasi senza vestiti, come una tela che trasmette un messaggio: quello di dissidenza verso l’oppressione violenta.

Hai avuto una piccola parte teatrale in “Cella zero” a Padova, che differenza c’è stata tra il posare nudo e recitare nudo davanti a tante persone? E’ un’esperienza che rifaresti?

La rifarei mille volte. Quella sera dello spettacolo è stata catartica per me, un’epifania che mi ha permesso di esprimere energie che neanche sapevo di avere. Una prova di coraggio che mi ha fatto capire quanto la vergogna sia una costruzione sociale, un’invenzione molto efficace per controllare i corpi ma allo stesso tempo facilmente scardinabile perché siamo tutti corpi imperfetti e degni di poterci esporre gli uni agli altri. Quando piangi, urli, ti contorci senza vestiti entri in contatto con una parte dell’umano che abbiamo respinto e isolato nell’occidente capitalista, per non doverci avere a che fare e invece è parte di noi. Dopo aver recitato nudo su un palco, posare davanti ad una macchina fotografica è più semplice anche se non banale.

Sam Valenti

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