“Dottor Jekyll e Mister Hyde”
secondo Gennaro Duccilli

 

Con Il Dottor Jekyll e Mister Hyde della compagnia Teatro della Luce e dell’Ombra, fondata e guidata da Gennaro Duccilli, si apre il sipario su un incubo gotico che ammalia per la sua maestosità e poesia.

Nulla è lasciato al caso in questo perfetto ingranaggio che ci trascina nella Londra di fine Ottocento. Una messa in scena sublime, sia nell’accezione kantiana che in quella di Burke: un’ oscurità terrorifica che affascina, che incute timore e riverenza ed eleva lo spirito verso l’assoluto e, in questo caso, verso l’abisso. Quello che Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde racconta, e la versione di Gennaro Duccilli enfatizza, è un abisso interiore, quello dell’anima e del cuore umano, un mistero che Jekyll ha l’ambizione di risolvere e razionalizzare, presunzione umana che lo farà precipitare in un incubo senza fine, dovendo fare i conti con l’orrore che è dentro di lui e che convive con la sua sensibilità accentuata e fanciullesca. Una dicotomia che rappresenta l’unità del soggetto nel suo dualismo amalgamato in una sola anima, ma che in Jekyll attraverso la scienza si scinde drasticamente in due parti che inizialmente si alternano rigidamente, ma che poi iniziano a condividere un confine sempre più labile e sfumato.

Mr. Hyde e il “male” sono rappresentati dalla compagnia di Gennaro Duccilli ricorrendo al registro artistico del grottesco. I corpi si deformano in atteggiamenti respingenti, un muoversi e agire che ricorda anche la caratterizzazione cinematografica degli indemoniati. Per un’intuizione di grande sensibilità e raffinatezza di Duccilli, la trasformazione di Dr. Jekyll in Mr. Hyde recita i versi di Una stagione all’inferno di Arthur Rimbaud, che meglio non potrebbero esprimere quella sensazione di una carne che si squarcia e di un inferno nelle viscere che corrode l’anima e la condanna a un supplizio eterno.

Le norme sociali e istituzionali dell’epoca ottocentesca tentano di reprimere e castigare l’istinto e l’impulso, ma invano. Questo è più forte di qualsiasi limite imposto dalla società e dalla religione, è pura materia ardente, un fuoco inestinguibile. Così la scena brulica di personaggi abietti e loschi, grotteschi e orrorifici che si aggirano portando con sé caos e devastazione e richiamando alla mente la criminalità notturna londinese vittoriana.

 

La scenografia di Sergio Gotti è sontuosa e di una bellezza mozzafiato, funzionale a ricreare più ambienti in uno solo, dalla dimora di Jekyll, al suo laboratorio, ai vicoli e bassifondi di Londra, tutti collegati tra loro da una grande scala centrale.

 

Magico è il rapporto degli attori con le musiche: ogni movimento, di ognuno dei ben 15 attori, sembra coreografato e in piena sinergia con la musica. Un corpo di ballo dove la danza è quella dei movimenti del corpo, sufficienti a raccontare i moti interiori dei personaggi, la loro attitudine morale, i sentimenti e quel male che abita e lacera l’essere umano.

Gennaro Duccilli da un attimo all’altro si trasforma completamente, senza bisogno di trucco o costumi, agendo esclusivamente sulla gestualità e il carisma scenico. È come se il suo corpo si trasformasse davanti al pubblico, come se la pozione stesse davvero facendo effetto. Con un gesto di scompiglio dei capelli diventa Hyde, il corpo si ingoffa, la bocca si digrigna in una smorfia inquietante e ogni arto non è più lo stesso ma la versione lugubre e tetra di un sé nascosto nelle profondità dell’essere. La sua voce muta drasticamente in un suono maligno e raccapricciante, che sembra provenire direttamente dalle creature castigate all’inferno. Nel racconto di Stevenson abbiamo un Mr. Hyde che si esprime quasi solo attraverso l’azione, invece in questa versione Duccilli sfrutta il potenziale teatrale del personaggio attingendo le parole direttamente dalla letteratura occidentale, come nel caso di Rimbaud citato prima. Forte il riferimento al Riccardo III di Shakespeare, con cui Hyde si immedesima, di cui recita le battute, figli della stessa matrice oscura, gemelli dal destino comune.

In scena c’è anche Jack lo Squartatore, figura emblematica del periodo, che anticipa la crudeltà di Mr. Hyde.

 

Un fuoco si spegne, quello della vita, il sipario cala sull’esistenza tormentata di Jekyll. Luci lunari fin dall’inizio dello spettacolo raccontano un’umanità sofferente e malinconica, scorta in brevi interminabili istanti di riflessione e mestizia. C’è nel tutto l’atmosfera gotica del Tim Burton di Sweeney Todd e de La sposa cadavere, con quelle luci blu che baciano prostitute e disgraziati colti nel loro squallore romantico e il buio che diviene dimora di conflitti e sede di dannazione.

 

La poesia che regala questo spettacolo è rara e struggente, un incanto perturbante, un puro atto di amore verso un’umanità ferita che deve trovare un modo autentico per convivere con il proprio Mr. Hyde.

“Gli uomini non si conoscono. Non sanno come sono fatti. Solo chi non fa parte dell’umanità può conoscerli. Hanno nel cuore un abisso. Ogni parola che dicono è falsa, è mentita. Soltanto i bambini hanno l’uso della ragione. I grandi sono come le bestie: nessuno sa quel che fa. Vita! Maledetta vita!”

Corinne Vosa

 

 

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