Graziano Purgante é il tuffatore di Paestum
“Nudo negli abissi dell’anima umana”

Accorrono visitatori da tutto il mondo, ad ammirarne l’affresco sepolcrale. Da 50 anni è la perla incastonata in un parco archeologico di una bellezza da far girar la testa. Eppure, nessuno aveva ancora pensato di dedicare al “Tuffatore di Paestum” uno spettacolo teatrale. A indossare questa responsabilità, in scena, è Graziano Purgante, giovane attore cavese che assieme alle musiche di Vincenzo Vecchione porterà in scena le parole che Antonio Mocciola ha scritto ber lui. “Blu abisso” non poteva che debuttare proprio a Paestum, in occasione di un evento speciale come la Notte Bianca, l’11 agosto. Per poi sbarcare in un altro posto speciale e di rara suggestione, Cappella Orsini a Roma, il 3 ottobre.

Sei il primo al mondo a portare in scena l’umore, i sentimenti, la vita di un ragazzo anonimo, un adolescente qualunque, che però – e mai lo avrebbe immaginato – è adesso “conosciuto” in tutto il mondo. Che sensazioni provi, a pochi giorni dal debutto?

L’alone di mistero che si aggira attorno a quel dipinto mi suscita sempre grande curiosità ogni volta che ritorno ad osservarlo e ad ascoltarlo ricercando sensazioni e ispirazioni. Ciò che ogni volta mi riempie l’animo e l’immaginazione è proprio il vivere questa esperienza teatrale come la prima messa in vita di un ragazzo che non ha mai avuto la possibilità di esprimersi a parole, di lasciar fluire il suo mondo interiore, di testimoniare la propria storia, di manifestare il suo bisogno e la sua urgenza nel lasciarsi conoscere, se non per mezzo dell’immagine del suo corpo che libra nel vuoto quasi cavalcando la corrente che lo accompagna nel planare anziché cadere. E direi che già solo questo stimola tanta curiosità! Quindi questo è l’obiettivo che mi sono prefissato, mi lascerò sorprendere dal flusso di sensazioni e ricostruzioni immaginifiche che il dipinto ha suscitato in me sussurrandomi all’orecchio un “non detto” che adesso per la prima volta in assoluto prende vita con in prestito la mia voce, il mio corpo, il mio sguardo. Responsabilità e cura, fascino e mistero, tanta empatia e tanto animo, è questo ciò che riconosco in questo viaggio di conoscenza con il mio caro Tuffatore ed è ciò che mi sta trasmettendo in ogni prova a lavoro con lui.

Senza anticipare troppo, l’autore ha inteso “legare” il destino del tuffatore ad altri due personaggi, un albanese in fuga dalla miseria, e il celebre Ettore Majorana. Cosa pensi di questa spericolata operazione?

L’autore ha con intelligenza ricondotto ad un elemento comune, l’acqua, la risoluzione drammaturgica/narrativa, individuale e concettuale di tre personaggi che racchiudono le stesse paure e desideri. Fattore determinante, che non funge solo da simbolo purificatore che lava dalle colpe per rinascere a nuova vita, ma che diviene anche simbolo di passaggio, un ponte che mette in connessione ciò che è stato con ciò che sarà. Un traghettare dalla vita passata ad una vita nuova. Tendenza comune per ogni singola storia. Mi piace identificare l’acqua come un vettore: per il Tuffatore sembrerebbe verticale, un elevarsi dal terreno verso il divino; per Florian, l’albanese, è orizzontale, un vero è proprio tendere, collega la costa della propria terra da cui scappa, un presente destinato a restare passato, all’altra, quella pugliese, dove desidera arrivare per ricostruire un futuro migliore; infine per Majorana è una discesa perpendicolare, un passaggio e salto decisionale per stroncare colpe e dolori sradicandone la voce persistente che opprime la leggerezza d’animo e la felicità di vivere di un uomo. Tre uomini completamente diversi ma legati da un bisogno comune.

Così come il tuffatore libra nell’aria de 2530 anni, ma solo da 50 il suo agile corpo nudo è sotto gli occhi del mondo intero, anche tu sarai in scena, davanti a tantissima gente, sempre completamente nudo, e da solo. Cosa prova un attore in questi casi? C’è ebbrezza, narcisismo, imbarazzo, paura? Che tipo di emozione regala l’essere così esposto, in un paese come l’Italia che ha un eterno problema con la questione del pudore, specie per quanto riguarda il corpo maschile?

Credo che per un attore l’esperienza di esprimersi nella totale nudità sia un passaggio molto importante, da fare prima o poi. Fa crescere tanto sotto il punto di vista psicologico attoriale. Questa non è la mia prima esperienza per la quale mi espongo così tanto ed è proprio ciò che ho raccolto dalla prima volta che mi convince ancora nel mettermi in gioco anche in questo modo. Si acquisisce tanta sicurezza e tanta disinibizione, si scardinano tanti pensieri inculcati dal vivere sociale e da una moralità alla quale l’attore non deve ancorarsi ma mostrarsi sempre malleabile. Siamo creta da modellare e adattare ad ogni circostanza scenica e vita che rappresentiamo. Quando si è nudi in scena succede qualcosa di meraviglioso, un passaggio mentale per il quale sai di “non poterti difendere” riuscendo a percepire ogni minimo dettaglio espressivo di se stessi. Si diventa vulnerabili, passando dal corpo riconnettendosi all’anima che diviene l’unico corpo immateriale che prende concretezza, e a con quella non si può mentire.  Per un attore concedersi di esporsi nella completa vulnerabilità è il fattore per il quale ciò che è finzione assume verità. Sì diventa un dipinto che ha una potenza di impatto totalmente più grande. Ci si sente un vero flusso di comunicazione, dove non serve, paradossalmente, “esporsi” in modo performativo ma semplicemente “vivere” e lasciare che la vita di ogni personaggio fluisca al di fuori di sé. Un contatto primordiale, ancestrale, con il sentirsi essere umano. Per i motivi sociali e morali poc’anzi descritti in Italia, paese della censura per antonomasia, è difficile essere guardati come semplice corpo che fa arte. La nudità viene ricollegata la maggior parte delle volte ad un erotismo che non è detto ci sia, eppure il nostro patrimonio e la nostra storia artistica, tra dipinti e sculture di nudo, dovrebbe dimostrarci che c’è poesia in ogni modalità di espressione anche utilizzando un corpo libero e disinibito nello spazio. È sempre ciò che c’è oltre a rapire gli animi e mai ciò che si ferma all’apparenza. Ditemi voi se non è arte.

 

Le musiche, e la co-regia, saranno eseguite “live” da Vincenzo Vecchione. Com’è nata la vostra amicizia?

Vincenzo è stata una fantastica riscoperta. La nostra amicizia nasce proprio a teatro condividendo i primi studi di recitazione ormai tanti anni fa, dopodiché ognuno ha continuato il proprio percorso formativo e professionale lontano dall’altro coltivando i personali aspetti artistici. A distanza di anni, da regista emergente, con studio alle spalle, è Vincenzo a mettersi in contatto con me, seguendomi a distanza nella mia crescita artistica, per una collaborazione in una sua regia e da lì si riallacciano i contatti. Si riconsolida una forte sintonia ed amicizia, in realtà mai svanita, e cresciuti di età e in esperienza, maturati in consapevolezza, nasce così una solida e entusiasmante collaborazione artistica che ci sta restituendo buone soddisfazioni in termini di qualità e riscontro del pubblico in giro per i teatri di Napoli. Siamo partiti da teatri di periferia e ad oggi possiamo con orgoglio riconoscere di essere riusciti a metter piede in teatri rinomati come il Nuovo Teatro Sancarluccio che ci ospiterà nella nuova stagione teatrale questo inverno. Fondiamo i nostri caratteri e caratteristiche per raggiungere uno scopo più alto.

Lo spettacolo, così come la filosofia che c’è dietro il dipinto sepolcrale, affronta il tabù della morte, per giunta prematura. Altro tema scomodo, assieme al nudo. Che tipo di “colore” darete a questo spinoso aspetto?

Quello a cui puntiamo è distruggere il concetto di morte come punto finale, come capolinea della vita. Le storie di questi uomini, ci affascinano perché ricercano la morte come un desiderio che aiuti a purificare ciò che la vita terrena traduce in sofferenza. Trasformiamo il concetto di “ultimo respiro” nel “primo della nascita”. Morire prima di tutto metaforicamente per raggiungere la vita desiderata: lasciar morire le sofferenze, i pesi dei traumi, la non accettazione, i soprusi e violenze fisiche e psicologiche rinascendo a nuova vita. Nessuno più ad imprigionare e condizionare la propria voglia di vivere, che è diritto, ma recuperando la volontà nel vivere ogni momento per quanto vale per noi stessi. Il colore “blu abisso” nessuno sa com’è, nessuno mai è riuscito a scendere così in profondità negli oceani da vederlo. È ancora territorio inesplorato per l’uomo. È un colore di ricerca, di ambizione personale che tende a ritrovare se stessi, è coraggio nel lanciarsi in qualcosa di cui non si conosce la forma non si conoscono le conseguenze ma che si aggrappano saldamente ad un’unica volontà che è quella di tuffarsi nel “blu abisso” per poi finalmente “riemergere”.

Se il tuffatore, a cui l’autore ha dato il nome regale di Basil (Re in greco), potesse ascoltarti, cosa gli diresti per invitarlo allo spettacolo? Che farete proprio lì, a pochi passi dove è sepolto?

Gli direi che sono il coraggio di chi non parla, i fatti di chi teme di agire, la vulnerabilità di chi non rischia per difendersi continuamente, lo sguardo di chi ambisce pur soffrendo, la vita che scorre in mezzo a noi e che dobbiamo cogliere per smettere di morire ogni giorno, il tuffo di chi concede alla paura di fermarlo invece di ascoltare che si poggia su un desiderio. Se tutto questo lo riconosci leggendolo sentirai il bisogno di lasciarti sussurrare da un uomo che altro non è che la tua anima che raccoglie voce e si confida. Rappresento ciò che non è tangibile, rappresento ognuno di noi. Insieme potremmo conquistare terreno nella nostra vita condividendo questa esperienza teatrale esponendoci alla nostra coscienza e ritrovando forza, determinazione, spessore, presenza, volontà e passione. Perché non è scontato, oggi, volersi conoscere per ritrovare se stessi librando in equilibrio nell’aria come ci insegni tu. A voi curiosi e spettatori, vi aspettiamo alle nostre date, non ve ne pentirete!

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