Fughe d’amore e rischi di danza, in verticalità poetica

 

 

Interessante ed intenso, e successo ormai consolidato da anni di repliche, questo Nessuno dopo di te, scritto e diretto da Guido Lomoro, e riandato in scena per la quarta volta al Teatrosophia (Roma, 22-26 ottobre).

Uno spettacolo che – se si appoggia su una storia qualunque di amore e impossibile redenzione, col rischio di qualche cliché sentimentale e melodrammatico – riesce a doppiare il pericolo per le sue impennate di verticalità poetica, affidata sia ad una fitta partitura di teatro danza (in cui si scatena l’estro creativo della coreografa, Maria Concetta Borgese) sia alle litanie poetiche di Lomoro, alle cui poesie è affidato il compito di trasformare la dinamica anche banale della relazione nell’esplosione dei contraddittori stati d’animo che la innervano man mano.

Ogni relazione rientra in casistiche e meccanismi già visti, e può apparire banale. Ma mai banali sono i sentimenti in quanto vissuti personali dei soggetti in causa, e che la poesia della scena vuole qui porre al centro nella loro evoluzione di ferita sogno reticenza fallimento.

La storia della redenzione impossibile.

Diego (Petrosino) e Mirko (Di Sora), in modo diverso timidi e reticenti. Diego il cliente, Mirko escort per pessimismo autosvalutativo, che fugge e sublima nel potere narcisistico di dare piacere. Un rapporto, quello con Diego, che nasce mercenario, ma che Diego tenta di trasformare in amore. Per redimere Mirko? Il sogno di un’anima da curare, l’amore infermiere, che dona all’insicuro potere e centralità di fronte ad un altro insicuro. L’illusione stilnovista, e poi melò, che l’amore vinca sempre (amor ch’a nulla amato amar perdona). Eterno sogno ingenuo, dall’opera fino ai film americani.

E Mirko. Anche questo un classico. La paura dell’amore. La fuga. Dal sesso pian piano slitta all’amore, senza mai dargli nome. Ma di fronte alla gelosia del suo partner prevale la fuga, e lascia Diego ( e traspare dalle confidenze il cliché della ferita da abbandono paterno, da figlio orfano e tradito).

Come dicevo comunque, un pacchetto di possibili luoghi comuni trasfigurati dalla poesia del testo scenico, e quindi in definitiva dalla regia di Lomoro e dalla danza degli attori.

Ma prima di passare a questo, vorrei dire che non condivido tanto l’accusa di Paesano sul cliché dell’omoerotismo come sofferenza. Sembrerebbe che il nostro voglia dal testo un impegno di analisi politico sociale giustamente fuori dalle intenzioni del testo.

Amori distorti, amore e corpo, amore e prostituzione.

Tutti meccanismi tranquillamente anche etero. Oltre al fatto che, come dice Tolstoj, tutte le famiglie felici sono uguali. Qui amore omo ed etero pari sono, e la dimensione sociale non è in predicato.

La progressione è solo interiore, psichica. Gradi di coscienza e desiderio, gradi di coraggio, meccanismi di difesa. Squarci di sogno.

Veniamo alla scena. Intanto diciamo che di base tutto si regge su un continuo scambio fusionale e simbiotico delle parti, tra conflitto succubità dominanza desiderio paura insicurezza, che si articola in scene di danza erotica e conflittuale, ma anche nello scambiarsi parti di recitazione, sia nella narrazione iniziale dell’incontro, sia nell’esalazione in parola poetica degli stati d’animo apicali.

Cominciamo a vedere come si articola nelle poesie la progressione: (la tentazione)

“Dell’amore che non arriva perché non gli dai un nome” – (la negazione) “Non ti amo […] non ti ascolto […] Tu sei assenza silenzio vuoto” – (il cedimento) “Mi sono trasferito in questo amore. Lo abito. Divido con lui i miei pensieri […] Lo mangio, lo bevo”

La scena è scarna. Uno spazio interiore. Giusto in fondo due smilze quinte a stele, in nero, e in mezzo, a parete, una spirale di cartapesta blu, che mima, come un altare o un fiore, le torsioni danzate delle relazioni, e trova replica anche nelle matemorfosi di un telo blu usato in scena.

Gli attori sorgono dal pavimento, come da un mare, nascono, sotto un telo placenta, di plastica trasparente, per poi separarsi (vedi il mito platonico delle due metà): Diego di spalle contro la spirale di sfondo; Mirko sulle scale tra il pubblico, a riporre il telo.

Uno sconfinamento attuato più volte nel corso dello spettacolo, per trasporre l’urto emotivo corporeo anche al pubblico. Un corpo seminudo (camicia e mutande), che poi diventerà nudo totale per Mirko man mano che fragilità e amore lo ‘mettono a nudo’ di fronte a Diego.

La dinamica, in variazioni, è comunque costante: a terra eros animalesco; in piedi danza dei sentimenti; e ciclicamente fratture e separazioni, ora aggrappati a opposte pareti, ora uno in fondo e l’altro tra noi.

Entrambi bravi nel fiammeggiare, ora acrobatico ora ritorto, e nel recitare le vibrazioni del rapporto. Lievemente più fluido Mirko (Di Sora), ma forse più interessante Diego (Petrosino), che usa bene una musoneria e rigidità di base, a cui unisce un uso trattenuto e laconico della voce, per passare poi a un mastering violento e dolce, quando comincia a dirigere le danze, forte della capacità di amare e rischiare.

Comanda. Dona. Invita. Fino all’apice della dolcezza, quando vis-à-vis, in piedi, smentisce il pessimismo di Mirko. Gli tiene il volto tra le mani, e gli dice: ”Vedo bellezza nei tuoi occhi”

Mirko è bravo nel crescendo di disperati rifiuti. Così al regalo di Natale di Diego reagisce alla commozione urlando vaffanculo, e torcendosi a terra e alla parete, con e senza Diego, mentre la musica esplode, prima persecutoria e poi dolce e lenta, con Mirko a terra nudo e fetale, e Diego in solitudine avanti.

Bello anche (dopo altre alternanze di ripulse e avvicinamenti) quando entrambi si tirano tristemente dietro, a terra, un telo azzurro, e poi lo animano da sotto, come un melanconico drago dondolante, a due teste: tristezza, prigionia a due.

E così, a seguire, infinite pulsazioni, fino all’addio finale. Diego (Petrosino) silente e pietrificato. Mirko (Di Sora) sotto al telo avanza, e caduto il telo, totalmente nudo, guarda triste Diego, che gli sorride. Poi si separano. Mirko tra noi. Diego in fondo, a guardarci.

E a dissolvere, ritorna il rumore di risacca dell’inizio. Nascita dal mare, ritorno al mare.

E ovviamente applausi, lunghi.

Marco Buzzi Maresca

 

 

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Nessuno dopo di te, scritto e diretto da Guido Lomoro

Con Tiziano Di Sora e Bruno Petrosino

Coreografie e movimenti scenici Maria Concetta Borgese

Disegno Luci Gloria Mancuso

Fotografie e grafica Manuela Giusto

Produzione Teatrosophia

 

Teatro Sophia di Roma – 22-26 ottobre 2025

 

 

 

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