Siamo stati all’Ambra Jovinelli di Roma ad assistere ad Amadeus, su testo di Peter Shaffer con la regia di Ferdinando Bruni, che ha curato anche la traduzione e Francesco Frongia.
Il dramma trae origine da una sorta di leggenda, storicamente infondata, secondo la quale Antonio Salieri, musicista veneto di nascita, maestro di cappella e compositore di corte a Vienna presso gli Asburgo, avrebbe avvelenato Mozart, divorato dall’invidia per il suo genio. La diffusione di questa storia è per lo più letteraria.
Nel 1830, basandosi su alcune dicerie circolanti all’epoca — riportate anche nei quaderni di conversazione di Beethoven — il grande scrittore russo Puškin scrisse la breve tragedia Mozart e Salieri, musicata poi da Rimskij-Korsakov nel 1897. L’importanza di questi due autori ha contribuito alla diffusione della leggenda della rivalità tra i due musicisti, favorita anche dall’oblio in cui era caduta la musica di Salieri e dal successo universale di quella di Mozart.
Nel 1979 Shaffer ne ricavò un fortunatissimo testo teatrale e, nel 1984, Miloš Forman ne trasse la celebre pellicola Amadeus, alla cui sceneggiatura contribuì Shaffer stesso e che conquistò ben otto Oscar e contribuì a consolidare la fama di questa storia nell’immaginario collettivo.
Si tratta, però, di un vero e proprio falso storico: la realtà è ben diversa. Negli ultimi anni, la figura di Salieri è stata fortunatamente riscoperta e rivalutata. Lungi dall’essere un musicista mediocre, Salieri — più anziano di Mozart di soli sei anni —, negli anni di fine Settecento in cui i due si trovarono a contatto a Vienna, era un autore molto affermato e ricopriva un ruolo di primissimo piano non solo nell’ambiente musicale viennese, ma di tutta europa.
Le cronache dell’epoca raccontano sì di qualche screzio con il salisburghese, ma testimoniano anche la profonda stima e l’ammirazione reciproca tra i due. Oggi sappiamo addirittura che collaborarono alla composizione di una cantata, dal titolo Per la salute di Ofelia, scritta dal librettista Da Ponte. Classificata nel catalogo mozartiano Köchel come K 477a e a lungo ritenuta perduta, fu ritrovata solo nel 2016 nell’archivio musicale del Museo di Praga. Questo ritrovamento ha contribuito ad archiviare definitivamente, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, la leggenda di Mozart avvelenato dall’invidioso Salieri.
In realtà, pur senza l’acre rivalità tramandata, è vero che Salieri e Mozart rappresentavano due mondi musicali — e culturali — diversi e in contrasto: Salieri incarnava la tradizione dell’opera italiana settecentesca e dell’Arcadia, mentre Mozart era portatore di uno stile più moderno, autore di opere in tedesco e protagonista di quella cultura musicale viennese e di area tedesca che avrebbe poi dominato l’Ottocento. Se le corti di fine Settecento ancora guardavano alla cultura italiana come a un modello da imitare, nei primi decenni del secolo successivo l’eredità musicale di Salieri appariva già antica e sorpassata, inadatta a raccontare i ribollenti umori romantici del nascente nazionalismo tedesco, mentre la musica di Mozart, morto nel 1791, veniva innalzata a imperitura gloria.
È curioso come la leggenda che ha reso Salieri famoso come l’assassino di Mozart — più che per i propri meriti compositivi — abbia avuto origine da una sua stessa dichiarazione, in cui affermava di aver ucciso Mozart con il veleno. Peccato che quella confessione fu fatta quando, ormai anziano, malato e affetto da demenza, era ricoverato in un ospedale psichiatrico (e in un successivo momento di lucidità ritrattò).
La pièce di Shaffer parte proprio da qui: nel 1823 Salieri anziano e malato, su una sedia a rotelle, racconta di aver ucciso Mozart avvelenandolo. Da quel punto, il musicista ripercorre l’intera parabola di Mozart a Vienna: dal primo incontro ufficiale a corte fino alla tragica e dolorosa morte, tra le braccia dell’amata moglie Constanze, sulle note del Requiem.
Il dramma di Shaffer si fonda sul contrasto tra il genio sregolato di Mozart e la mediocrità incarnata da Salieri, pur a dispetto del rigore e dell’abnegazione con cui questi si dedica alla musica e del fervore religioso che inizialmente lo anima. A Dio, infatti, Salieri non perdona di aver scelto di far scaturire la propria musica sublime attraverso le opere di un giovane indisciplinato e dai modi tanto spontanei quanto scurrili come Mozart.
È il dramma dell’invidia: quella di chi vede altri raggiungere traguardi che egli non potrà mai toccare. È il dramma della mediocrità contrapposta alla genialità assoluta. E alla fine della pièce ritroviamo Salieri, di nuovo anziano e malato, nell’ospizio in cui era ricoverato, mentre dichiara di essere così mediocre da non essere stato neppure in grado di uccidere Mozart, e conclude con la celebre battuta:
“Mediocri di tutto il mondo, io vi assolvo.”
Questo allestimento di Amadeus, in scena all’Ambra Jovinelli fino al 2 novembre, è uno spettacolo sontuoso e riuscitissimo. La ricca regia guida i bravissimi attori nel dipanarsi della storia con ritmo e brio. Il testo di Shaffer viene reso in maniera fluida e naturale, permettendo una fruizione diretta e godibile di un’opera che, nonostante le oltre due ore di durata, non conosce cedimenti e anzi si fa apprezzare per scorrevolezza e forza espressiva.
Bravissimi gli interpreti, a cominciare dal carismatico Ferdinando Bruni, che ha curato anche la regia insieme a Francesco Frongia. La sua interpretazione del grande compositore veneto entusiasma per la ricchezza di sfumature e la sicurezza dei mezzi attoriali. Gli fa da degno contraltare Daniele Fedeli nei panni del giovane e irriverente genio salisburghese. Ottima la giovane Valeria Andreanò nel ruolo di Costanze Weber, la moglie che Mozart chiama affettuosamente “Stanze”.
Bravi tutti gli attori del cast: i divertentissimi “venticelli”, coloro che riportano a Salieri le voci di corridoio e servono a descrivere i contorni della storia, Riccardo Buffonini e Alessandro Lussiana, Matteo De Mojana (il severo barone Gottfried Van Swieten), Luca Toracca, che interpreta il conte Franz Orsini-Rosenberg, direttore dell’Opera Imperiale e sostenitore dell’opera italiana, complice di Salieri nel tentativo di oscurare l’affermazione di Mozart. Umberto Petranca è Giuseppe II d’Austria, mentre Ginestra Paladino ricopre con efficacia il duplice ruolo della severa contessa Johanna Kilian Von Strack e del soprano Katharina Cavalieri, allieva prediletta e segretamente amata da Salieri.
Colpiscono per la bellezza e l’efficacia i costumi ideati da Antonio Marras, ispirati allo stile fastoso delle corti settecentesche ma reinventati in chiave moderna — emblematico l’abito rosso da concerto di Mozart, con giacca tipo chiodo di pelle e borchie punk. Le scenografie, arricchite da proiezioni quasi da “lanterna magica”, creano un effetto di forte immersività, valorizzato dalle luci che sottolineano le diverse e cangianti atmosfere emotive della pièce.
Un grande teatro, un grande divertissement — ma tutt’altro che frivolo o fine a se stesso. È un’opera che parla di musica, ma soprattutto di umanità: del desiderio di essere visti, amati, riconosciuti. Un allestimento impeccabile, che restituisce tutta la forza tragica e ironica del testo di Shaffer, e conferma l’Ambra Jovinelli come uno dei palcoscenici più vitali della scena romana.
Andrea Causapruna

