Il teatro elisabettiano è di per sé un concetto storico che eccede se stesso perché ha avuto la sua origine probabilmente prima che Elisabetta I ascendesse al trono d’Inghilterra ed è stata un’esperienza certamente terminata con la decapitazione di Carlo I e la presa del potere da parte dei Puritani. Anche se l’astro più luminoso del teatro elisabettiano è stato Shakespeare, che ha condiviso e sovrapposto in parte il suo tempo con quello della grande regina inglese, il lungo periodo di una stagione teatrale tra le più ricche della storia del teatro, ci ha restituito tanti autori di grande valore che nelle produzioni italiane hanno trovato spesso poco spazio. Quale cartellone italiano oggi darebbe visibilità a Webster, Massinger, Shirley o Dekker? Quale teatro stabile o nazionale sarebbe disposto ad investire su uno dei tanti capolavori di questi drammaturghi elisabettiani? Forse poche e rare occasioni.df77f579-70ea-45d9-ad43-822b61727cea

John Ford è uno questi, anzi forse l’autore terminale di un’epoca, come ha scritto Nadia Fusini, che nel corso della storia ha saputo sempre ritagliarsi uno spazio, anche se spesso sì è trattato di coni d’ombra rispetto al più importante canone assoluto che fa riferimento a Shakespeare. Facendosi, in qualche modo, anche alfiere di un teatro elisabettiano vivacemente plurale e eterogeneo. Facendo scandalo oggi come ieri. E attirando l’attenzione delle menti teatrali più illuminate, basti pensare a Artaud, passando per Visconti fino ad arrivare a Ronconi.

Dopo la messa in scena di diverse opere shakespeariane, Laura Angiulli volge oggi la sua attenzione all’opera di John Ford, presentando in anteprima per il Napoli Teatro Festival Italia Peccato che fosse puttana, l’opera più nota e irriverente del drammaturgo inglese, in un allestimento di grande resa drammaturgica ed efficace essenzialità scenica. Rispetto alla forte luminosità dell’astro shakespeariano di cui si parlava, la scena che ritaglia la regia di Angiulli, con l’assistenza del maestro delle luci Cesare Accetta, è necessariamente caratterizzata da un sole nero, terribilmente scuro, che avvolge tutto e tutti. La scena è schiettamente elisabettiana nella sua semplicità e nel suo vuoto strutturale, che si fa pieno solo dalla/della presenza degli attori, ma declinata nella sua versione carolina, caratterizzata dalla dimensione più angusta e meno luminosa dei teatri privati della seconda metà degli anni ’20 del Seicento, che non utilizzavano la luce naturale, bensì modesti rimedi di luce artificiale del periodo.

Questa stessa luce caravaggesca, che fa del buio e dei suoi squarci la sua forza, attraversa una scena di legno in cui i personaggi si muovono e si fermano, ne guadagnano la centralità per le loro battute per poi ripiegare e riposare su una panca continua che circonda l’agone scenico. Laura Angiulli lavora con il pericolo che da sempre costituisce l’esperienza teatrale, come sussurrava Antonin Artaud quasi un secolo fa, collocando in questa scena l’integrità del testo e mantenendo tutti i personaggi del dramma. Lavorando sulla trama principale e sulle tre sotto-trame, inevitabilmente concatenate a quella principale. Lavoro difficile, di cesello drammaturgico di grande puntualità e resa scenica.3c2ed727-2163-4e01-ba90-9a5e1fc520bf

La scena si accende di luce nera. Ma questa è capace di brillare: dalla scena agli attori e dagli attori al pubblico. Un’ora e mezza carica di tensione, che coinvolge l’attenzione degli spettatori e fa vibrare lo spettacolo senza esitazioni. Come senza esitazioni i personaggi indirizzano i loro desideri verso un tentativo di soddisfazione. La prima è Annabella, la protagonista della vicenda, che indica da un lato della scena il corpo del fratello Giovanni. La sua mano dà la direzione del suo desiderio, indica chiaramente la prospettiva drammaturgica al testo in scena, ma anche la piega che presto prenderà la vicenda. Il dramma di Ford non parla necessariamente di incesto e di amore, oppure di questioni di genere, ma rivolge la sua attenzione alle pulsioni terribili che i personaggi esplicitano attraverso desideri di possesso fisico, se non di controllo e di potere. In fondo, tutti i personaggi replicano questa dinamica interiore, che diventa trama. Trama scenica, naturalmente. Ma soprattutto trama nel suo significato di intrigo e macchinazione.

Tutti stanno tramando qualcosa, chi una vendetta, chi una conquista, chi un tradimento. Tutti stanno giocando su più tavoli. Tutti cercano spietata soddisfazione. Tutti attorno a un corpo, quello di Annabella, definito da un splendido abito rosso, contrapposto ai vestiti mono-cromaticamente neri o più semplicemente scuri di tutti gli altri attori. Tutti attorno a questo corpo, al recinto sacro di una fisicità da cui poi sarà cavato un cuore, avvicinandosi con movimenti violentemente lenti e paradossalmente ieratici. Tutti si approssimano a lei con le loro trame e lei indica Giovanni, l’oggetto della sua passione. Ciò che sta oltre il suo recinto.

Laura Angiulli ha fatto anche un evidente e preciso lavoro con gli attori, valorizzandoli rispetto al testo e facendo emergere una coralità recitativa di grande passione. Emergono la cupa fragilità del padre Florio interpretato da Stefano Jotti oppure la cattiveria senza limite del Vasques reso da Michele Danubio, mentre funziona benissimo il terzetto principale costituito dal volgare Soranzo di Gennaro Di Colandrea, dal superbo Giovanni di Gianluca D’Agostino e dall’Annabella interpretata mirabilmente da Alessandra D’Elia. In particolare, quest’ultima riesce a rendere tutta la complessità di un personaggio femminile complesso, tormentato e orgoglioso: è una Giulietta che ha raggiunto la pienezza della sua femminilità, a cui forse non basta un dito, ma neanche una mano, per dare direzione al senso del suo personaggio e del suo desiderio. Serve un braccio, un braccio esile e forte allo stesso tempo. Un braccio che non riesce a toccare veramente quello di Giovanni, la sua passione solo continuamente e costantemente sfiorata, anche quando viene consumata.

Laura Angiulli coglie con grande intuito la grandezza del teatro di Ford nella crudeltà della sua scena, in quel corpo esile e vigoroso, pieno di chiaroscuro, dell’Annabella/Alessandra D’Elia, un rosso mappamondo di desideri e trame, e di proiezione di desideri e trame. Che non hanno mai fine, dall’epoca elisabettiano fino alla nostra contemporaneità.

 

Roberto d’Avascio