C’era una volta la medicina che considerava il malato come una persona, assai prima di un paziente. C’era una volta la scienza; quella che prima di emettere proclami o editti sanitari soppesava e confutava, comparava e necessitava di controprove. Poi – tra capitale e liberismo, speculazioni e irreggimentazioni forzate da famigerati protocolli e linee guida – la scienza della salute s’è trasformata in industria dedita al dogma del profitto, alla spasmodica ricerca di ‘malati fino a prova del contrario’, per rendere la curva dei bilanci sempre in crescita e fare un favore al potere che con la ‘salute’ ha (ri)scoperto un formidabile strumento di controllo sociale e di distrazione di massa. Nulla di scientifico e tanto di politico. Esattamente come la storia del Dottor “Knock o il trionfo della medicina”, ciarlatano del secolo scorso che sembra essere stupefacente precursore della medesima manipolazione spudoratamente agita sotto gli occhi (e i deltoidi) di (quasi) tutti negli ultimi due anni. Tratto da un testo di Jules Romain, rappresentato per la prima volta a Parigi esattamente cento anni fa (e sapientemente ripreso negli anni Sessanta da un eccezionale Alberto Lionello in uno sceneggiato dell’insuperabile tivvù in bianco e nero), la compagnia Paltò Sbiancato – ben diretta da Stefano Maria Palmitessa nell’adattamento di Alida Castagna – riporta nella ciclopica ipnosi collettiva dell’oggi covidiano un testo che condensa tutta l’ipocrisia, la disinvoltura, la spregiudicatezza e la violenza ammantata da modi sinuosi e gentili di un truffatore che condiziona e raggira un popolo pronto alla sottomissione, facendo a pezzi l’etica (e, in ultimo, la vita stessa) di un medico coscienzioso e vecchio stile al fine di arricchirsi con la viscida complicità di una farmacista e di un’affittacamere, a tutto discapito del benessere e dell’economia dei cittadini di un ingenuo ed operoso borgo d’oltralpe del secolo scorso. Purtroppo, niente di nuovo sotto il sole. La storia si ripete; una storia che insegna, ma non ha scolari… Palmitessa preferisce rinunciare ad una lettura drammatica o metaforica della vicenda (come non pensare agli spunti de “Il malato immaginario” di Molière o a quelli di “Sette piani” di Dino Buzzati, dal quale Ugo Tognazzi diresse sé stesso ne “Il fischio al naso”?), virando su una piana narrazione comico-farsesca, fatta di quadri recitati alternati a siparietti cantati che a tratti vanno a discapito della fluidità e di un pathos generale che il testo avrebbe potuto fornire con scelte di regia un poco più coraggiose. Tra i nove attori in scena, pregevole l’abilità e la mimica di Alessandro Laureti nel ruolo del Dottor Parpalaid. Fino al 22 maggio 2022 al Teatro “Le salette” di Roma, un buon bugiardino da ripassare con attenzione per gli immancabili tranelli sanitari prossimi venturi. Fatene tesoro…

Francesco Giannotti