Alti e bassi in questo coraggioso tentativo di Antonio Foti, Pensieri e parole
di riscrivere, liberamente ispirandosi, Kvetch, la commedia amara scritta da Steven
Berkoff nel 1986. Coraggioso perché il testo è lungo e crudele, e pone problemi di
ritmo e accento, essendo giocato per i tre quarti su un farsesco concerto di ambiguità,
dove la pulsione alla ribellione felice che sembra fiorire alla fine, resta nella sostanza,
nel testo originale, una nebbia sospesa.
E qui sta la prima trasgressione. II regista infatti aggiunge alla fine una rottura della
gabbia che punta ad una felicità crudele, al coraggio della scelta, tradendo l’originale.
Nel testo di Berkof sono tutti prigionieri della frustrazione. Franck e Donna, giovani
sposi frustrati, e la madre di lei, prigionieri della stessa casa, si rimandano a specchio
le reciproche frustrazioni, tra miseria routine e morte del desiderio. E così pure l’amico
d’infanzia di lui, Hal, ospite a cena, separato dalla moglie, solo, invaso dal senso del
fallimento e dell’inabilità sociale, che invidia l’amico e arriva a desiderarlo
sessualmente. Alla fine sembrerebbe tutto sbloccarsi. La moglie se ne va con un
commerciante a cui Franck vendeva tessuti, e Franck e Hal iniziano una relazione
omosessuale. In realtà però Hal propone di convivere a casa di Franck, e questo
accetta, ma già teme fallimento e soffocamento nella routine. Quanto a moglie e
commerciante, iniziano sì una relazione, ma dove – diversamente da quanto lei dice al
marito, mentendo – sembra il sesso sia escluso (a lui da un po’ non si rizza, per
impotenza psichica, e lei si sente inferiore perché ha un solo seno). Certo, rispetto a
prima ci sono delle scelte, ma tutti continuano a tacere all’altro la verità, e i due maschi
restano nella casa prigione, con la suocera. Il regista invece immagina che i due
vadano a vivere da Hal, lasciando sola la suocera, qui diventata la nonna. Certo questo
diventa l’infelicità di lei, che urla di non lasciarla sola, di portarla con loro, ricevendone
un sonoro vaffanculo. Comunque sia però i due sarebbero così usciti dalla prigione,
per finalmente una vita propria, scegliendo il rischio e una possibile felicità.
Detto questo bene tutti nel recitato degli a parte che si moltiplicano, come del resto
previsto già da Berkoff, secondo un gioco in crescendo di binari paralleli per
fotogrammi. Il meccanismo è quello di una continua e sconferma in presa diretta di
ogni detto o agito, tramite l’accendersi nell’a parte come di un microfono d’anima, che
svela come tutto sia vissuto all’opposto di quanto dichiarato, mentre la scena degli altri
si paralizza in stop motion, sottolineando la loro esclusione dall’ascolto della verità.
E’ un procedimento che nega la progressione e l’ambiguità tipici del teatro borghese,
per es ibseniano o cechoviano, e pure pirandelliano, dove l’emergere della verità è
progressivo, e non sempre chiaro. Una tecnica, per me già nell’autore, con pregi e
difetti, che talvolta rischia di banalizzare, ma soprattutto di rendere le cose ripetitive
una volta che si siano individuati i punti deboli dei protagonisti.
Resta allora tutto affidato al ritmo, e alla giusta gradazione del tragicomico.
Diciamo quindi che – se la recitazione di tutti è convincente, sia pure con qualche
momento forse meno riuscito in certi gridati di Franck (Gianmaria Capece), e in una
calata regionale che non trova perfetta giustificazione – se gli attori quindi funzionano,
resta però la sensazione di qualcosa di statico, di ripetitivo.
La scena – che poteva sfruttare di lungo e dinamicamente le caverne a corridoio del
Teatro di documenti, movimentando spazi e azione, magari anche con plurifocalità – si
è invece andata ad impiccare nello spazio ristretto del lato corto del rettangolo.
Va bene, scena borghese, semplice, tradizionale … un tavolo, un divano, al centro uno
specchio con mobile per mimare il bar di un incontro. Ai lati tendaggi da cui entrate e
uscite. Tutto è tuttavia così ravvicinato che le scene separate, la partizione parallela dei
momenti, vanno in realtà a massa, dando il senso di una monofocalità monotona, che
non aiuta a movimentare il meccanismo ripetitivo del testo.
Belli comunque molti momenti. Sempre intensa e vera Donna, la moglie (una
superlativa Gisella Cesari), la cui frustrazione da moglie ridotta a serva domestica delle
nevrosi del marito, cresce battente e convincente, a ritmo serrato, e che rifulge nei stop
motion. E, a parte certi riusciti tormentoni sul non saper raccontare una barzelletta,
bella la parte di Franck in cui lui e lei, in parallelo, estrinsecano prima frustrazione
sessuale e poi le rispettive fantasie compensatorie, l’uno e l’altro a turno in piedi e sul
divano. Lui ammosciato a mollusco, lei fissando nel vuoto. Per non parlare
dell’ingresso di Mauro Toscanelli, il commerciante, che pur stretto in un spazio scenico
mal definito, straborda frizzante nel suo virtuosismo attoriale, imprimendo
improvvisamente ritmo comico nella scaletta infinita degli stop motion.
Sempre morbido a sua volta – fluido da subito nel tormento e nei mezzi toni – l’amico
Hal (Lorenzo Mangano). Sofferto e un po’ sacrificato il ruolo della nonna (una valorosa
Giuliana Adezio, tutta volto), che per la maggior parte del testo è prevista solo come
zecca ipercritca ed acida a tavola, con microbattutine, e per la quale il destino scenico
è quasi sempre stop motion. Tuttavia dove può, come nel lungo a parte di lamento
iniziale, sulla propria solitudine prigioniera dell’avarizia affettiva dei giovani, la Adezio
ha un brillante sussulto, vestendo con dignità da orgogliosa regina scoronata il fastoso
abito nero con cappello piumato, corazza sociale iperbolica contro la propria
marginalizzazione. E momenti di verità pure sprigiona quando solidarizza con le intuite
trasgressione della nipote, o quando nel finale, abbandonata, afferra disperata e getta
a terra un vaso.
Le luci si spengono, e ci resta da riflettere.
Marco Buzzi Maresca
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Pensieri e parole – testo e regia, Antonio Foti
con
Giuliana Adezio (), Gianmaria Capece (il marito), Gisella Cesari (la moglie), Lorenzo
Mangano (l’amico del marito), Mauro Toscanelli (Giorgio, grossista, cliente del marito)
Tecnico luci, Paolo Orlandelli
Costumi, Emanuele Zito
Foto di scena, Grazia Menna
Ufficio stampa, Andrea Cavazzini
Roma, Teatro di documenti, 6-17 maggio 2026

