“Bella da morire” all’Artemia di Roma
Quando la morte ti fa bella

Quando morì mia madre, il retaggio del preservare la vista dalle “brutture” del mondo e del
punto di non ritorno – trasmesso a molti figli unici, isolati per sempre dal pernicioso
involucro della protezione – mi riemerse spaventevole e brutale, impedendomi di
incrociare anche solo per una frazione di secondo lo sguardo assente e il corpo
scheletrico della persona che aveva dato la vita a me e che in quel momento l’aveva persa
per sé.
A maggior ragione, mi sottrassi a quel rito strano e tutto occidentale della veglia funebre, il
disperato tentativo di procrastinare l’eterno addio e il disfacimento delle carni nell’arco
ristretto d’un un fugace scampolo di tempo, in cui l’estinto va mostrato a chi resta con il
suo abito prediletto e la composizione del volto la più bella possibile. Non credetti alle mie
orecchie quando mio padre mi disse poi che la rilassatezza espressiva, la levigatezza
dell’incarnato e una ritrovata bellezza giovanile della moglie lo avevano quasi spinto ad
immortalare quell’ultimo bagliore di normalità e di immobile freschezza…
Vestire, agghindare e truccare i morti è un rito che alleggerisce la composta crudeltà del
trapasso; trattasi di una piccola arte ad uso e consumo dei vivi che smussa i sensi di colpa
e di dolore, rendendo meno devastante (soprattutto a sé stessi) l’idea della propria fine.
Contribuire – armati di fondo tinta e pennelli, rossetti e matite – a questo piccolo teatro
consolatorio dell’ipocrisia è lavoro che non conosce flessioni e, seppur inviso e deprecato,
permette a chi lo fa di sviluppare un dialogo interiore, di confrontarsi senza contraddittorio,
di dare pari dignità estetica a sconosciuti di cui nulla si sa.
Sono i temi affrontati in “Bella da morire”, monologo in cui una truccatrice di defunti
racconta la propria storia e i dettagli del proprio lavoro con frequenti incursioni nei grandi
temi esistenziali che contesti come quello inevitabilmente favoriscono. Scritto da Tiziana
Beato (con la revisione drammaturgica di Antonio Mocciola), il testo riesce nella
difficilissima impresa di sdrammatizzare, restando in equilibrio tra momenti ironici e
riflessivi, battute e attimi commoventi. Ambientato in una Napoli chiassosa, non dissimile
dal carattere della protagonista, di origine spagnola ed altrettanto fatalista, Anna Sole
trasforma da oltre vent’anni quel mestiere in filosofia di vita, fa la tara dei vivi (che spesso
vivi lo sono poco), acquisisce una rara consapevolezza delle cose che le consentono
un’esistenza disincantata, realista ma tutto sommato appagante. Vivace la protagonista
Carmen Tejedera, abile nel sostenere un ruolo in una lingua madre non sua (e
nell’arrischiarsi in qualche incursione dialettale partenopea), ma che forse richiede una
maggior incisività e spessore, soprattutto nei tanti cambi di registro. E ancor più valida è la
regia di Giorgia Filanti che si cimenta con efficacia nel comico e dimostra una convincente
versatilità. “Bella da morire” diventa quindi una valida lezione di vita, un’occasione di seria
riflessione ma senza cupezza né lacrimosità, un respiro profondo e liberatorio sulle priorità
di ciascuno. Certamente non l’ultimo.

Francesco Giannotti

Centro culturale Artemia – Roma
14 – 16 marzo 2025
“Bella da morire” di Tiziana Beato con Antonio Mocciola
regia Giorgia Filanti
con Carmen Tejedera
luci Manuel Molino
aiuto regia Luca Faustinella

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