Una delle grandi illusioni delle società occidentali ipertecnologiche in cui viviamo da
almeno tre lustri è quella di pensare di avere infinite possibilità di scelta; un’affabulazione
cognitiva che spaccia sulla superficie ciò che nega completamente nella sua natura
profonda, reiterando (e forzando alla coazione a ripetere) una malintesa preponderanza
della dimensione estetica dell’esistenza anziché di quella etica. Non c’è necessariamente
un giudizio morale di condanna nel prediligere e perseguire la prima alla seconda (anche
secondo lo stesso Kierkegaard che ispira e guida il lavoro di questa versione teatrale di
“Aut aut”); peccato che lo scivolamento in una sorta di atrofia esistenziale cui assistiamo
oggi non appartenga a nessuno dei due domini descritti dal filosofo danese e possa
apparentemente avvicinarci più alle posizioni ‘dialettiche’ di Hegel che potremmo
banalizzare ed asservire alle logiche di trasversalità, deresponsabilizzazione e
contraddizione che gli attuali contesti sembrano spingere in tutti noi.
Chi vuole e riesce a straniarsi dal contingente e a guardare da distante i meccanismi
profondi che governano le vite (e le psiche) non può che affacciarsi su un abisso
generante tensione, angoscia, vibrazione ma – forse proprio per questo – fornire una
chance di salvezza, una chiave interpretativa che può rendere il vivere più pieno,
responsabile e consapevole. Non è questo un tentativo per abbracciare la ‘vita etica’?
Ci aiuta Valentina Cognatti, che chiede a tre straordinari interpreti di rappresentare (molto
più con il corpo che con la parola) altrettante individualità immerse nella propria ricerca di
senso e compiutezza. Non a caso lo spettacolo si apre proprio con l’immobilità del corpo e
il predominio della parola, una parola però da subito svuotata di senso con un sofisticato
gioco di interiezioni fatiche e poco dopo bandita del tutto in un gioco di vasi (non)
comunicanti dove l’azione coreografica è tutta impostata sull’interruzione del movimento,
partenze sincopate che non trovano conclusione e che acutizzano il dramma della ricerca.
Le tra anime si muovono, si destreggiano, si dannano in assoluta solitudine, poi in coppia,
poi all’unisono, poi nuovamente disgregate o riavvicinate, trovando in una grande valigia
che si rimpallano a vicenda il perno del loro interagire ma anche le risorse individuali
contenute al suo interno: che siano abitini da indossare ossessivamente uno sull’altro che
regalano fatue e fugaci soddisfazioni, che sia il comporre ed impilare scatole di cartone in
un delirio solipsista, che siano cornici sempre più ampie ove collocare il proprio volto
tumefatto urlante parole completamente afone, si compie il percorso di questi soggetti con
i quali è immediata, profonda e soprattutto inevitabile l’immedesimazione. È per questo
che la potenza del messaggio unita all’universalità del gesto fisico e coreografico, curato
millimetricamente e di abbacinante armonia, fanno di questo spettacolo un gioiello di
tecnica e contenuto. Forse non sarà dirimente per l’aut-aut di ciascuno, ma si esce con un
indecifrabile tumulto interiore che porta alle lacrime; le stesse di colui che dopo aver
attraversato la cornice più grande anche con il corpo, continua a proferir parola senza
poter essere sentito.ù
Francesco Giannotti
Teatrosophia – Roma
23 – 25 gennaio 2026
“Aut aut”
regia Valentina Cognatti
con Martina Grandin, Michelangelo Raponi, Alice Staccioli
produzione Margot Theatre Company

