Abbiamo intervistato l’attore e regista Antonio Piccolo, che nel 2017 sposò una causa importante, accettando di posare completamente nudo davanti all’obiettivo di Carmine Miceli per un libro fotografico di Antonio Mocciola, “Addosso”, utile a rompere la cortina omofobica che circondava la discussione parlamentare attorno alle unioni civili. In quella occasione Antonio comparve come un novello Adamo in coppia con Melissa Di Genova nei panni di Eva. Esperienza ripetuta poi al Pan, quando l’attore ha prestato la sua immagine per interpretare una delle “Vittime di Dio” del progetto di Antonio Mocciola, davanti all’obiettivo di Umberto Averardi. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo, e di cosa sta facendo adesso il “modello per un giorno”.
Come racconteresti a chi non ti conosce il tuo percorso artistico che ti ha portato a sempre più ampi consensi e riconoscimenti?
Oggi mi sento un po’ stretto a raccontare il passato e il mio “successo” (participio passato di “succedere”), se solamente queste due cose dovessero definirmi. A chi mi sta di fronte vorrei raccontarmi al presente, comunicare in diretta chi sono. “Chi sono” è una categoria molto più ampia e importante di “cosa faccio” o, peggio, “cosa produco”! Spalle al muro, direi: sono sempre stato attratto dall’arte, prima la musica e il canto, poi la scrittura, poi in adolescenza ho incontrato il teatro e ho continuato a praticarlo. Inevitabilmente, ho imparato qualcosa su recitazione, regia, scrittura, ma anche sui tanti aspetti tecnici, organizzativi e amministrativi. Alcune delle cose che ho prodotto, in tutti questi ambiti, sono piaciute di più, altre meno. Tra questi “successi” ci sono: persone note, come Carlo Cerciello, Arturo Cirillo, Lino Musella, Francesco Saponaro, Enzo Moscato, Marina Confalone; premi, enti o case editrici famose, come Einaudi, Guida/La Repubblica, Fondazione De Filippo. Ci sono anche persone ed enti meno noti, ma certo non meno importanti, come Giuseppe Cerrone e Melissa Di Genova, con cui guidiamo una compagnia, Teatro In Fabula, che tra qualche mese compie 15 anni di vita. Ma, davvero, il presente mi interessa di più. Oggi non so tra sei mesi cosa farò, addirittura se continuerò ad avere a che fare col teatro.
Sei napoletano, ritieni che esserlo – come si dice – rappresenti una marcia in più dal punto di vista artistico? A che punto è la situazione in città dal punto di vista culturale?
Non lo so, perché non mi sono mai trovato in altri panni. Io poi non sono un napoletano doc, poiché mia madre è di Potenza, dove ho trascorso molto tempo della mia infanzia, e mio padre di Acerra, provincia di Napoli, dove ho vissuto fino a 14 anni. A casa mia non si parlava in dialetto e la napoletanità è stata una mia adozione adolescenziale, anche a livello culturale. La lingua napoletana, che pure mi ha dato soddisfazioni come drammaturgo, è stata una conquista d’amore. In generale, come artista e come uomo, sento che Napoli è un trampolino e una gabbia allo stesso tempo. Liberarsi dagli stereotipi, positivi e negativi, è una fatica che cerco di praticare costantemente. Se è chiaramente orrendo essere guardato con sospetto da chi ha in odio i napoletani, non mi fa impazzire nemmeno chi considera i napoletani simpatici a prescindere!
La cultura in città è fortunatamente in un fermento continuo, segno di uno stato vitale altissimo, anche se talvolta frenetico, quasi tossico. Purtroppo, qui come altrove, può avere anche un sapore consumistico, da ingurgitare e dimenticare con molta velocità. L’abbondanza, sia sul livello istituzionale che nel sottobosco, porta ad una dispersione a volte controproducente, in cui non è facile distinguere ciò che è davvero necessario.
C’è qualcosa del tuo percorso artistico che non rifaresti mai? E qualcosa che invece è stata, secondo te, poco compresa?
Rifarei tutto, anche ciò che non mi è piaciuto. È stata la loro stessa esperienza che oggi mi permette di fare qualche distinzione in più e avere qualche consapevolezza. Quanto al “poco compreso”… È una sensazione con cui quasi tutti, specialmente gli artisti, devono confrontarsi: sentirsi sottovalutati. E sì, più che poco compreso, mi sono sentito poco visto e poco ascoltato. C’è un grande muro di indifferenza dovuto, penso, soprattutto all’abbondanza di cui sopra, che impasta un po’ tutto. Ma oggi mi sento un po’ più pacificato rispetto al passato e cerco l’approvazione anzitutto di me stesso, prima che degli altri, specie dei distratti.

La nostra associazione si occupa di naturismo, anche declinata in campo artistico. Hai posato nudo per un libro sull’omofobia, “Addosso”, in un periodo di forti contrasti per l’approvazione della Legge Cirinnà, e successivamente per la mostra “Le vittime di dio”. Com’è stata l’esperienza? Hai provato imbarazzo? Che rapporto hai col tuo corpo?
È stato divertente e no, nessun imbarazzo. Naturalmente condividevo il concept di entrambi i progetti, lo trovavo efficace e avevo piacere ad aderire. La provocazione della nudità, con incise sul corpo parole che fanno male, aveva la sua logica, soprattutto perché destinate a provocare una porzione di società bigotta ed ipocrita.
A livello più personale, per anni da ragazzo mi sono percepito brutto e decisamente po’ scollato nel rapporto corpo-mente-anima. Poi il teatro e il mimo mi hanno fatto riscoprire da capo tutta questa relazione. Non che l’abbia capita definitivamente. Ma ho cominciato ad amare il mio corpo e lo tratto abbastanza bene, sia con l’alimentazione che con lo sport, sento che mi corrisponde.
Per me il corpo nudo, e specificamente l’atto del denudarsi sono una festa gioiosa… e anche un po’ goliardica, proprio in virtù dell’imbarazzo, assolutamente legittimo, tenerissimo, che può creare. Sfidare questo imbarazzo con il sorriso sulle labbra è un atto di liberazione.
Pensi che in Italia, ancora oggi, ci sia un problema di accettazione del nudo, specie maschile?
Penso che si siano fatti enormi progressi. Specialmente in certi ambiti artistici rasentiamo la normalità al riguardo. Ma non la considero una cosa del tutto positiva. Nel momento in cui una cosa si reitera e diventa “normale”, automaticamente si disinnesca. Dopo aver combattuto contro i limiti di un bigottismo cieco e assurdo, mi muoverei con cautela riguardo alla nudità. Vorrei che fosse sempre un atto profondo. Oppure anche leggerissimo come una piuma, ma per volare alto, non in superficie. Dobbiamo usare delicatezza al “denudarsi”, sia fisico che spirituale. Anche se fosse una provocazione, facciamo che resti tale… Una reiterazione continua ci toglierebbe “il piacere di essere scandalizzati”, per dirla con Pasolini.
Quando il nudo rivela autoreferenzialità, vanità, narcisismo, voyeurismo… Non è che non lo accetto. Semplicemente mi annoia.
Sam Valenti

