Abbiamo intervistato Antonio Castaldo, che nel 2023 sposò una causa importante, accettando di posare completamente nudo per una mostra fotografica di Antonio Mocciola, “Le vittime di Dio”. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo, e di cosa sta facendo adesso il “modello per un giorno”.
Come ti presenteresti ai lettori che non ti conoscessero? Quali opere stai preparando in questo momento?
Mi definisco un narratore che cerca di esplorare e raccontare sentimenti profondi e universali, quei temi che toccano l’essenza umana e parlano direttamente alle emozioni e alla condizione di ognuno di noi, senza il filtro delle etichette. Il mio lavoro si concentra sulla complessità dei legami umani, le difficoltà della vita, e le contraddizioni che ci rendono chi siamo. In questo momento, sto lavorando a un progetto cinematografico che affronta il tema della misericordia, ma non in termini religiosi o moralistici. Piuttosto, lo vedo come un concetto umano e intimo, che nasce dalla sofferenza e dalla nostra capacità di essere vulnerabili.
Hai partecipato a “Le vittime di Dio”, il cui primo allestimento è stato al prestigioso museo Pan di Napoli. La mostra fotografica ha scatenato poli opposti di entusiasmi e contestazioni, facendo indignare Matteo Salvini con un “tweet” velenoso, la Curia di Napoli (che inviò sotto al museo i madonnari a dipingere icone per allontanare il demonio), il tg2 guidato dalla destra cattolica e molti benpensanti. Eppure, ancora se ne parla e dopo quella data le foto sono state esposte a Roma e Milano. Qual è la tua opinione sulla libertà d’espressione in Italia?
Penso che la dialettica, anche quando è accesa e polarizzante, contenga sempre quel barlume di verità che a volte viene oscurato dall’eccessiva polarizzazione del dibattito. Le reazioni che la mostra Le vittime di Dio ha suscitato sono un chiaro esempio di quanto la libertà d’espressione, in Italia, venga vissuta come una questione di grande importanza e, a volte, di grande tensione. A mio avviso, oggi la libertà di espressione in Italia non è seriamente minacciata. Da un lato, viviamo ancora sotto uno stato di diritto, con leggi e principi che proteggono il diritto di esprimersi. Dall’altro, le opportunità di arrivare a un pubblico sono incredibilmente molteplici, grazie ai mezzi digitali e ai social media che offrono a chiunque la possibilità di far sentire la propria voce. Naturalmente, esistono pressioni sociali e politiche, e spesso l’espressione artistica e culturale viene messa sotto esame, ma queste stesse polemiche mostrano quanto sia vitale e presente la discussione pubblica. La mia opinione è che, purtroppo, oggi la cultura del compromesso e del dialogo si sia affievolita, ma ciò non significa che la libertà di espressione sia a rischio. Al contrario, credo che viviamo in un momento in cui le persone, nonostante le differenze, sono ancora in grado di alzare la voce e confrontarsi, e questo, per quanto complicato, è un segno positivo.
Secondo te il Vaticano ha ancora il peso di un tempo nell’agenda politica italiana o pensi che le ingerenze siano ancora una stortura in un paese Europeo nel 2025?
Penso che il Vaticano, come istituzione, continui a essere un attore importante nel panorama politico e sociale italiano, ma credo anche che il suo peso sia oggi molto diverso rispetto al passato. Il potere religioso in Italia, e non solo, ha attraversato varie fasi, e oggi sicuramente non ha più la centralità che aveva nel secolo scorso, quando la Chiesa influenzava profondamente le decisioni politiche e sociali. In un paese che si è sempre più laicizzato, come l’Italia, la Chiesa ha visto ridursi il suo ruolo nella vita quotidiana e nelle scelte politiche dirette. Tuttavia, questo non significa che la sua influenza sia scomparsa del tutto, perché la Chiesa, con la sua rete di contatti e la sua enorme capacità di mobilitazione, ha ancora un peso, specialmente su temi etici e morali. Detto questo, penso che oggi, più che le ingerenze dirette della Chiesa cattolica, ci siano altre forme di religiosità e di movimenti religiosi che potrebbero rappresentare una minaccia maggiore, non solo in Italia, ma a livello globale. Il fenomeno delle nuove derive religiose, come quella che ha visto Trump circondato da figure come Paula White, un personaggio controverso con forti legami con il cristianesimo evangelico, è qualcosa che mi preoccupa molto di più. Questo tipo di potere religioso, che si intreccia con la politica in modo tanto diretto e senza filtri, è estremamente pericoloso, perché non solo si mescolano fede e politica in modo invasivo, ma si creano anche legami che possono minare il concetto di democrazia, neutralità e pluralismo. Quindi, sebbene il Vaticano oggi possa avere un’influenza più contenuta rispetto ai decenni passati, il rischio che queste nuove forme di religiosità influenzino la politica, creando spinte autoritarie o nazionaliste, è un pericolo che va affrontato con molta attenzione, soprattutto in un mondo globalizzato e sempre più polarizzato.
Hai “indossato” sul corpo il nome di uno delle migliaia di eretici che la chiesa ha mandato al rogo in questi 2025 anni di dominio. Per il resto eri completamente nudo. Come hai vissuto l’esperienza, certamente inusuale, di essere a lungo la sola persona a nudo su un set di addetti ai lavori che erano lì per ritrarti? Eri in imbarazzo oppure è scattata una certa forma di narcisismo? Che rapporto hai con il tuo corpo nudo?
Essendo italiano, è chiaro che la cultura in cui sono cresciuto e l’ambiente che mi ha formato hanno influenzato il mio rapporto con il corpo e con la nudità. La società in cui viviamo, spesso, tende a creare delle convenzioni e degli stili di pensiero che ci condizionano, ma, attraverso le esperienze che ho vissuto e la mia determinazione nel non lasciarmi limitare da questi condizionamenti, ho raggiunto una certa serenità nel mio corpo nudo. Sul set, pur essendo l’unica persona a nudo, non ho vissuto un senso di imbarazzo. Piuttosto, mi sono concentrato sul lavoro, su come trasmettere un messaggio attraverso l’immagine e la rappresentazione. E, al contrario, mi preoccupavo di non creare disagio a chi lavorava attorno a me. Non vedo la nudità come un modo per attrarre l’attenzione fisica. Il mio narciso è più intellettuale, cerca soddisfazione nel mettere in discussione, nel provocare pensieri, nel far riflettere le persone su temi più profondi. In fondo, ho scelto di stare “da parte di chi guarda” e non “di essere guardato”, cercando di rimanere fedele a una visione più introspettiva del mio lavoro e di me stesso.
Noi siamo un’associazione che promuove il naturismo non solo nei luoghi deputati, ma anche – come nel caso dei lavori di Antonio Mocciola – nell’arte (foto, cinema, teatro). Cosa pensi del nudo artistico? In quale forma trovi sia più fruibile e potente?
Non sono un naturista e non vedo la nudità come un’espressione di autoesibizionismo. La nudità nel contesto del mio lavoro ha, per me, un valore simbolico, un modo per raccontare l’essenza della condizione umana, più che un atto di esibizione. Per cui che ben venga sempre
Pensi di ripetere l’esperienza, magari in altre situazioni (cinema o teatro, o magari altri progetti fotografici)?
E chi lo può sapere… Magari succede, magari no.
Sam Valenti

