
Un uomo nudo, un poeta, un prigioniero “Almeno potercene andare” racconta il dolore della parola.
“Almeno potercene andare”, messo in scena da Alessio Palumbo sotto la direzione di Antonio Mocciola presso il teatro Lazzari Felici di Napoli, non è soltanto un omaggio a Cesare Pavese, ma una discesa negli inferi dell’anima. Un monologo spoglio, denudato verrebbe da dire, eppure così affollato di ferite interiori come gesto di coraggio e di sfida. Lo spettatore si trova di fronte ad ub viaggio perverso nella solitudine e nella disperazione di un uomo che brucia dentro.
Palumbo nudo completamente si copre solamente della luce scenica e in quella nudità mostra il nichilismo di Pavese, la sua ribellione contro l’Io che non regge il peso della vita. Sul suo corpo esposto si legge la poesia tragica, malinconica, una scrittura carnale fatta di mancanze e ossessioni. Il Pavese che emerge non è lo scrittore, ma l’uomo distrutto dalle sue pulsioni, dalle relazioni fallite, dall’impossibilità di amare e di essere amato. Viene ampiamente toccato il tema del fascismo, raccontando il terribile periodo di prigionia in cui Pavese viene anche spogliato della sua arte. La drammaturgia è un tessuto serrato, senza cedimenti: adolescenza, desiderio, tradimento, pulsioni inconfessabili si susseguono.
È un Pavese che si macera arrivando persino verso istinti autodistruttivi, incarnando un antieroe che incede verso le pieghe più profonde e tragiche dell’animo umano. Palumbo, più che recitare Pavese, lo incarna: voce aspra, frammenti di silenzio, attimi sospesi in cui talvolta il vuoto parla più delle parole. Si vuole far riflettere i presenti: che cosa resta di noi, se “potercene andare” diventa l’unica opzione cedendo ai tumulti interiori? Lo spettacolo è calibrato, il vuoto è un’architettura, la nudità non è provocazione inutile ma rivelazione dell’Io più intimo. Vengono infatti presi in esame tutti i più emblematici momenti di pudore violato di Cesare, in cui la sua nudità è stata esibita sempre in modo esplicito ed imprevisto.
Il risultato è un crescendo doloroso che non concede pause: si porta lo spettatore verso il turbamento, l’empatia con l’uomo, più che lo scrittore. Non è un testo per tutti né un Pavese facile da amare, ma chi ha il coraggio di entrarci dentro uscirà con un graffio nell’anima. Questa è la solita cifra stilistica di Mocciola che, ancora una volta, con il suo nuovo monologo nudo, vuole essere di rottura. Un lavoro teatrale che tiene insieme, con tensione e tenerezza, l’ombra di un uomo che mostra il suo lato più inedito e vero.
Gaetano Cutri

