Il grido disperato della famiglia Leopardi: tre solitudini a confronto al Teatrosophia
“Amami, per Dio. Ho bisogno d’amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita” (da una lettera di Giacomo Leopardi al fratello Carlo).
Amore, questo il bisogno primario di un animo sensibile e profondo quale era Giacomo Leopardi, nostalgico portavoce e martire della flebile condizione umana. A Roma è in scena al Teatrosophia dal 14 al 17 novembre “Adelaide – contessa Leopardi”, uno spettacolo audace, emozionante e provocatorio sulle dinamiche controverse della famiglia Leopardi, con uno sguardo attento alla figura ambivalente e soffocante di Adelaide Antici Leopardi (interpretata da Cristiana Stazzonelli). Donna devota e austera, con la sua inflessibilità e glaciale rigidità, è ricordata come una madre severa e bigotta, restia a manifestare affetto e comprensione. Empatia e amore le erano quasi sconosciuti e il macigno della sua indifferenza tormentò il figlio Giacomo, malato nel fisico ma non meno sofferente nel cuore.
Il testo di Antonio Mocciola è poetico e irriverente al contempo, grottesco e lirico. La regia di Giorgia Filanti gioca potentemente con luci e ombre, camminate e danze, stasi e movimento, silenzi e linguaggio.
Un ulteriore punto di forza dello spettacolo è l’osmosi tra testo, azione e la musica destabilizzante e penetrante selezionata con cura dalla regista.
Nello spettacolo la figura di Adelaide è tenebrosa e cupa, mortifera come il sentire religioso che incarna, una fede rigida e tirannica, arida e inflessibile, priva di amore e gentilezza, in contrasto con il messaggio d’amore testimoniato dai Vangeli. Un’ombra la sua che si impone in casa Leopardi seminando dolore e infelicità. Un controllo maniacale che degenera nell’umiliare e mettere alla gogna la sensibilità di chi la circonda. Così abbiamo un Giacomo Leopardi (il giovane Lorenzo Mereu) denudato della propria dignità, senza vesti che possano coprirne l’imbarazzo, alleviarne la sofferenza. Nudo, metaforicamente e letteralmente, come è tipico del teatro di Antonio Mocciola. Una vittima sacrificale perfetta esposta all’apparente odio della madre e di un mondo incapace di accettare la sua diversità. Passi leggiadri e timidi, luci che lo illuminano come dall’interno. La delicatezza e la sensibilità del poeta sono resi visivamente attraverso una messa in scena evocativa. Una terza figura è protagonista: quella del conte Monaldo Leopardi, padre alcolizzato che ha dissipato molti beni di famiglia. La prospettiva offertaci su questo personaggio al Teatrosophia in queste sere è totalmente anticonvenzionale e penetra nell’oscurità di un legame familiare morboso. A interpretare Monaldo è Francesco Giannotti, che regala un’interpretazione che arde di tribolazione e carnalità, intensità ed efficacia espressiva.
In questo spettacolo gli autori offrono una prospettiva sulla vita di Leopardi poco conosciuta, sfidando le norme del conformismo, osando senza reticenze. Al di là di ogni possibile polemica “Adelaide – contessa Leopardi” è un’indagine nella complessità umana. Il personaggio di Adelaide nasconde delle sfumature che lentamente vanno a delinearsi, confonde e sconcerta, commuove e sorprende, testimoniando che la fragilità umana si nasconde nelle crepe di qualsiasi cuore e che l’urlo disperato della solitudine lacerante chiede solo amore anche quando da esso rifugge per non soffrire.
Corinne Vosa

