Giampietro Labanca protagonista ne “Le statue d’aria”
“Metto a nudo le fragilità di Winkelmann, e le mie”

Abbiamo intervistato Giampietro Labanca, attore lucano da anni a Roma, mentre prepara uno spettacolo che lo vedrà protagonista la prossima stagione. Un’intervista di una sincerità disarmante, che ben si sposa con le taglienti atmosfere che Mocciola sa allestire, e che incuriosisce moltissimo in vista del debutto.

“Le statue d’aria” è un testo scritto e diretto da Antonio Mocciola, ma che ti vede per gran parte del tempo da solo in scena. È la prima volta che affronti un monologo? Di cosa si tratta?

Affrontare un monologo è una sfida particolare, soprattutto quando devi sostenere da solo gran parte dello spettacolo. Non hai un altro attore con cui condividere la scena, qualcuno a cui affidare una battuta, uno sguardo o una pausa. Sei tu, con la tua voce, il tuo corpo e le tue emozioni, a dover accompagnare lo spettatore lungo il racconto.

“Le statue d’aria” ci porta nell’universo di Johann Joachim Winckelmann, uno dei padri della moderna storia dell’arte, un uomo che ha dedicato la propria vita alla ricerca della bellezza e che ha contribuito a cambiare il modo di guardare l’arte antica.

Ma ciò che trovo particolarmente interessante è la possibilità di andare oltre la figura dello studioso, per scoprire l’uomo che si nasconde dietro di essa, con le sue passioni, i suoi desideri, le sue contraddizioni e le sue fragilità.

È uno spettacolo che parla di bellezza, ma anche di solitudine, di desiderio e del bisogno profondamente umano di essere compresi e accettati.

La sfida più grande, per me, sarà proprio questa: non limitarmi a interpretare un personaggio storico, ma riuscire a renderlo vivo, vicino, umano. Vorrei che il pubblico, almeno per un momento, dimenticasse di trovarsi davanti a un attore e sentisse di ascoltare un uomo che si racconta.

È più difficile o relativamente più semplice portare in scena un personaggio realmente esistito, in questo caso Winckelmann? Ti è capitato già altre volte?

Credo sia più difficile, perché interpretare un personaggio realmente esistito comporta una responsabilità maggiore. Non puoi inventare completamente la sua storia, devi confrontarti con i fatti, con la sua epoca, con il contesto storico e culturale in cui ha vissuto.

Allo stesso tempo, però, il teatro non deve diventare una lezione di storia. Il compito di un attore è cercare di comprendere cosa si nasconde dietro i fatti, quali emozioni, quali paure e quali desideri possano aver accompagnato quella persona.

Quando interpreti un personaggio storico rischi di concentrarti troppo sulla sua grandezza, sulla sua fama, dimenticando che prima di tutto era un essere umano.

Io vorrei fare il percorso inverso: partire dall’uomo per arrivare al personaggio.

Nel mio percorso teatrale ho avuto modo di confrontarmi con situazioni e personaggi differenti, ma ogni nuova interpretazione richiede una ricerca specifica. Winckelmann, in particolare, mi sta offrendo l’opportunità di approfondire non soltanto una figura storica affascinante, ma anche alcuni aspetti della sensibilità umana che trovo ancora estremamente attuali.

Che aspetto ti ha colpito di Winckelmann? C’è qualcosa di lui che ritrovi in te?

Mi ha colpito soprattutto il suo rapporto con la bellezza. Winckelmann ha dedicato gran parte della propria esistenza alla ricerca di un ideale estetico, di un’armonia che nell’arte sembrava trovare la sua espressione più alta.

Ma dietro questa ricerca c’era un uomo con una vita molto più complessa, fatta anche di inquietudini, desideri e contraddizioni.

Credo che ognuno di noi, in fondo, sia alla ricerca della propria idea di bellezza. E non parlo soltanto di quella fisica, ma della bellezza di un sentimento, di un incontro, di un rapporto umano autentico.

In lui ritrovo certamente la passione, la curiosità e il bisogno di vivere intensamente le emozioni. Sono una persona che tende a mettersi molto in gioco nei rapporti umani e che attribuisce grande importanza ai sentimenti.

Mi colpisce anche la sua fragilità. Spesso cerchiamo di mostrare agli altri soltanto la parte più forte e sicura di noi, mentre sono proprio le nostre debolezze a renderci più autentici.

Forse ciò che sento maggiormente vicino è questa continua ricerca di qualcosa che ci faccia sentire pienamente vivi.

 

Affidare un monologo intero è un gesto di grande fiducia da parte dell’autore e di grande responsabilità per l’attore. Com’è nata l’idea e l’incontro tra te e Antonio?

Ho conosciuto Antonio grazie a un amico che mi ha portato a vedere un suo spettacolo. È stato il mio primo incontro con il suo modo di fare teatro, un teatro che non ha paura di affrontare temi delicati, di provocare, ma soprattutto di far riflettere.

Non avrei mai immaginato che da quell’occasione sarebbe nata la possibilità di lavorare insieme, e soprattutto di affrontare un progetto così particolare.

Quando mi ha proposto questo ruolo, ho provato entusiasmo, ma anche un certo timore. Perché un conto è assistere a uno spettacolo dalla platea, un altro è ritrovarsi sul palcoscenico con la responsabilità di dare vita a un testo così impegnativo.

Quello che ho apprezzato fin dall’inizio è stata la disponibilità di Antonio al confronto. Abbiamo parlato del personaggio, delle esigenze dello spettacolo, ma anche delle mie perplessità, cercando sempre di trovare un equilibrio tra la sua visione artistica e la mia sensibilità.

Per me il rapporto tra regista e attore deve basarsi proprio su questo: fiducia, rispetto e libertà di esprimersi.

E sapere che Antonio abbia pensato a me per questo ruolo rappresenta una grande soddisfazione, oltre che una responsabilità che cercherò di affrontare con il massimo impegno.

Lo spettacolo ti vedrà per un certo periodo di tempo completamente nudo. Secondo te sarà difficile recitare col pubblico che si trova a un centimetro dal tuo corpo, dalla tua voce?

Non nascondo che inizialmente la proposta mi abbia creato un certo imbarazzo. Non avevo mai affrontato un’esperienza del genere e l’idea di trovarmi completamente nudo davanti al pubblico, per di più a una distanza così ravvicinata, mi ha fatto riflettere parecchio.

Ne ho parlato apertamente con Antonio e insieme siamo riusciti a trovare un punto d’incontro, una modalità che rispettasse le esigenze artistiche dello spettacolo, ma che permettesse anche a me di sentirmi a mio agio.

Credo sia importante sottolineare questo aspetto, perché un attore deve certamente essere disposto a mettersi in gioco, ma senza sentirsi costretto a superare i propri limiti a tutti i costi.

La vicinanza del pubblico sarà comunque una sfida importante. Non ci sarà una distanza a proteggermi e ogni gesto, ogni respiro, ogni emozione saranno immediatamente percepibili.

Ma credo che proprio questa vicinanza possa creare un rapporto molto intenso tra l’attore e lo spettatore.

Il mio desiderio è che, superato l’impatto iniziale, il pubblico non si soffermi sulla nudità, ma riesca a vedere l’uomo, il personaggio e la sua storia.

Perché, alla fine, non si tratta semplicemente di mostrare un corpo, ma di mettere a nudo un’anima.

Una domanda che può essere utile agli attori che si stanno approcciando ora al mestiere: che tipo di lavoro tecnico e psicologico hai fatto o stai facendo per superare l’eventuale imbarazzo di un’esperienza del genere? Che rapporto hai col tuo corpo?

La prima cosa che ho cercato di fare è stata riconoscere il mio imbarazzo, senza fingere che non esistesse. Credo che accettare le proprie emozioni sia il primo passo per riuscire a gestirle.

Non avevo mai recitato nudo e non avrebbe avuto senso mostrarmi disinvolto a tutti i costi. Ho preferito essere sincero con Antonio e confrontarmi con lui.

Dal punto di vista della recitazione, sto cercando di concentrarmi soprattutto sul personaggio, sulle sue emozioni e sul significato che il corpo assume all’interno del racconto.

Il corpo, del resto, è uno degli strumenti più importanti che un attore possiede. A volte un movimento, una postura o un semplice sguardo possono raccontare molto più di una battuta.

Quanto al rapporto con il mio corpo, credo sia cambiato inevitabilmente con il passare degli anni. Ho 53 anni e non posso certo pensare di avere il fisico di quando ne avevo venti, ma questo non significa doverlo vivere con disagio.

Cerco di mantenermi in forma, di prendermi cura di me stesso, ma soprattutto di accettare i cambiamenti che il tempo porta con sé.

Naturalmente anch’io ho le mie insicurezze. Credo le abbiano tutti, anche quelli che apparentemente mostrano una grande sicurezza.

Forse questa esperienza mi aiuterà proprio a guardarmi con maggiore indulgenza, a comprendere che non dobbiamo necessariamente corrispondere a un ideale estetico per sentirci bene con noi stessi.

E se dovessi dare un consiglio a un giovane attore, gli direi di non confondere mai il coraggio con l’obbligo di dimostrare qualcosa. I propri limiti possono essere affrontati e magari superati, ma sempre con consapevolezza e rispetto di sé.

Checché se ne dica, uno spettacolo di nudo integrale non lascia mai indifferenti: prima di approcciarti a questo tipo di allestimento, hai avuto perplessità? Da pubblico hai visto mai esperimenti del genere, e avresti mai pensato di esserne un giorno protagonista?

Le perplessità ci sono state, eccome! Sarebbe poco sincero dire il contrario.

Avevo conosciuto il teatro di Antonio da spettatore, grazie a quell’amico che mi aveva accompagnato a vedere un suo spettacolo, ma non immaginavo certamente che un giorno mi sarei trovato dall’altra parte, a interpretare un ruolo che richiedesse un’esposizione fisica ed emotiva così importante.

La cosa che mi sono chiesto fin dall’inizio è stata quale fosse il significato della nudità all’interno dello spettacolo.

Perché credo esista una differenza sostanziale tra il nudo utilizzato esclusivamente per provocare e quello che diventa un vero e proprio linguaggio artistico.

Non mi interessa scandalizzare il pubblico, ma nemmeno rassicurarlo necessariamente. Mi interessa che ciò che avviene in scena abbia un senso e contribuisca a raccontare qualcosa.

Con Antonio abbiamo affrontato l’argomento con molta serenità, trovando un equilibrio che mi permette di vivere questa esperienza senza sentirmi a disagio.

Credo che uno degli aspetti più belli del teatro sia proprio la possibilità di affrontare situazioni che nella vita quotidiana non avremmo mai immaginato di vivere.

E poi, diciamolo, a 53 anni riuscire ancora a sorprendere se stessi è una gran bella soddisfazione!

Secondo te in Italia ci sono ancora problemi di bigottismo per quanto riguarda il nudo nell’arte? Noti differenze di accettazione del nudo maschile rispetto al femminile?

Credo che in Italia esista ancora una certa contraddizione nel nostro rapporto con il corpo e con la nudità.

Siamo continuamente circondati da immagini di corpi esposti, spesso utilizzati per pubblicizzare qualsiasi cosa, eppure quando la nudità entra in un contesto artistico può ancora suscitare scandalo o imbarazzo.

Trovo curioso che nessuno si sorprenda davanti a una statua classica completamente nuda, mentre un corpo reale, vivo, che respira a pochi centimetri da noi, possa creare disagio.

Per quanto riguarda la differenza tra nudo maschile e femminile, credo esistano ancora stereotipi piuttosto radicati.

Il corpo femminile è stato rappresentato molto più frequentemente, spesso però attraverso uno sguardo che lo ha trasformato in oggetto di desiderio e di giudizio.

Il nudo maschile, soprattutto quando si mostra nella sua vulnerabilità, può ancora provocare imbarazzo, ironia o essere interpretato immediatamente in chiave sessuale.

Credo che dovremmo imparare a guardare il corpo con maggiore naturalezza, senza attribuirgli necessariamente un significato erotico.

La nudità può essere bellezza, fragilità, libertà, espressione artistica.

E il teatro, come tutte le forme d’arte, dovrebbe essere uno spazio in cui queste dimensioni possano essere esplorate senza pregiudizi.

Non penso che uno spettacolo debba necessariamente piacere a tutti, ma credo sia importante avvicinarsi a ciò che non conosciamo con curiosità, prima ancora che con il giudizio.

Il tuo percorso di attore com’è nato? Quali sono i prossimi progetti e le aspettative che nutri sulla tua carriera?

Il mio rapporto con il teatro nasce soprattutto dalla passione per la recitazione e dal desiderio di raccontare storie, di emozionarmi e, possibilmente, di trasmettere quelle emozioni anche agli altri.

Quello che mi affascina del palcoscenico è la possibilità di vivere, attraverso i personaggi, esperienze diverse dalle proprie, di esplorare sentimenti e situazioni che magari nella vita quotidiana non avresti mai occasione di affrontare.

Il teatro mi ha insegnato molto, non soltanto dal punto di vista artistico, ma anche umano. Mi ha insegnato ad ascoltare, a osservare gli altri, a mettermi in discussione e soprattutto a non avere paura di mostrare le mie fragilità.

Faccio parte dell’associazione culturale Sipario Strappato, una realtà con la quale condivido la passione per il teatro e il piacere di lavorare insieme ad altre persone che credono nel valore di questa forma d’arte.

Tra i prossimi impegni c’è anche “Rumore 1909”, uno spettacolo dedicato al Futurismo che porteremo in scena il 21 e 22 novembre al Teatro Petrolini di Roma.

Per quanto riguarda le mie aspettative, non amo fare grandi programmi o inseguire necessariamente un’idea di carriera a tutti i costi.

Mi piacerebbe continuare a incontrare registi, testi e personaggi capaci di stimolarmi, sorprendermi e farmi crescere.

Credo che nella vita non si debba mai smettere di imparare e soprattutto di mettersi in gioco, indipendentemente dall’età.

E se un giorno, uscendo da teatro, anche un solo spettatore porterà con sé un’emozione che sono riuscito a trasmettergli, per me sarà già una bellissima soddisfazione.

C’è qualcuno a cui devi dire grazie?

Sì, a tante persone. Credo che nessuno arrivi davvero da solo su un palcoscenico, anche quando si trova fisicamente solo davanti al pubblico.

Vorrei ringraziare tutte le persone che, nel corso degli anni, hanno condiviso con me questa passione, chi mi ha insegnato qualcosa, chi mi ha incoraggiato e chi mi ha dato fiducia anche quando ero io il primo ad avere qualche dubbio sulle mie capacità.

Un grazie particolare va agli amici che continuano a sostenermi, che vengono a vedermi a teatro e che, con il loro affetto, mi ricordano quanto sia importante coltivare le proprie passioni.

Ringrazio anche i miei compagni di teatro, perché dietro ogni spettacolo ci sono prove, sacrifici, momenti di difficoltà, ma anche tante risate, complicità e amicizie che rendono tutto ancora più bello.

E naturalmente ringrazio il pubblico, perché il teatro vive proprio di questo incontro tra chi racconta una storia e chi sceglie di ascoltarla.

Infine, voglio riservare un ringraziamento speciale ad Antonio Mocciola.

Lo ringrazio innanzitutto per aver creduto in me e per avermi affidato un ruolo così importante, ma soprattutto per la sensibilità e l’attenzione che sta dimostrando nei miei confronti.

Fin dall’inizio ha saputo ascoltare le mie perplessità, rispettare i miei tempi e cercare insieme a me una strada che mi permettesse di affrontare questa esperienza con serenità.

E non è una cosa scontata, perché credo che il compito di un bravo regista non sia soltanto quello di dirigere un attore, ma anche di aiutarlo a scoprire possibilità espressive che forse lui stesso non immaginava di avere.

Quindi grazie, Antonio, per questa opportunità, per la fiducia e per avermi permesso di affrontare una sfida che, proprio perché non semplice, potrà regalarmi qualcosa di importante.

E soprattutto grazie per avermi dimostrato che si può essere coraggiosi anche senza rinunciare alla propria sensibilità.

Alessia Coppola

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