E’ un lavoro sempre arduo trasporre gli immortali versi del Bardo su pellicola. Forse, se possibile, anche più complesso che farne una tutto sommato sempreverde versione teatrale. Ne hanno fatto l’esperienza (e qualche volta anche le spese) i più grandi registi di questo breve secolo cinematografico. L’evoluzione dei gusti e preferenze cinematografici, poi, impone il più delle volte scelte di ritmo e presa diretta sul pubblico – sempre più insofferente passati i fatidici 90 minuti di fruizione – con conseguente obbligo a montaggi arditi quando non veri e propri stravolgimenti e tradimenti non solo di trama ma anche di senso. La vicenda di Macbeth, poi, annovera, tra i capolavori di Shakespeare, una filmografia tanto scarna quanto prestigiosa. Se ne contano undici grandi produzioni dal 1948 firmata nientemeno che da Orson Wells a quest’ultima di Justin Kurzel, senza per questo voler far torto ad Akira Kurosawa (1957) e Roman Polanski (1971) fra gli altri.
Il gusto per una fotografia psichedelica e per una colonna sonora che miscela sapientemente toni filologici a inserimenti elettronici, assieme al rispetto quasi devoto per il testo originale e alla meticolosa scelta di costumi e scenografie, sono la cifra di questo lavoro che può senza dubbio ambire ad ottenere un posto nel pantheon della filmografia scespiriana e che, inutile quasi dirlo, non può essere perso dal cineamatore più attento.

