Con la regia firmata del regista lituano, il Napoli Teatro Festival raggiunge la vetta artistica più alta di quest’edizione

zio-vanja-tuminas07Poco ci sarebbe da dire, al terzo “Zio Vanja” a cui la programmazione dell’edizione n.7 del Napoli Teatro Festival Italia ci da l’occasione di assistere. Si tratta della versione diretta dal regista lituano Rimas Tuminas che chiude il focus dedicato Anton P. Cechov. Inutile nasconderci che al sesto spettacolo tratto da un’opera del grande autore russo, e dopo aver assistito a due non proprio esaltanti esempi di contaminazione da parte di due giovani registi, una certa diffidenza e, perché no, un pizzico di insofferenza, nonostante l’amore che l’autore comunque suscita, c’è. Ma, evidentemente, l’organizzazione del Festival ha serbato, per la chiusura della manifestazione, il suo asso nella manica,  perché stiamo parlando di un vero e proprio capolavoro. Un termine del genere è, ci rendiamo conto, più che impegnativo, e spesso si abusa nel lodare come capolavoro delle semplici regie ben riuscite, ma che in un quadro non proprio esaltante del teatro contemporaneo, vengono innalzate a valori oltre quelli effettivi. In questo caso però, sappiamo di non esagerare nel definire capolavoro questo spettacolo, e l’emozione che Tuminas ha scosso nel pubblico presente al Teatro Mercadante di Napoli alla prima, difficilmente la si potrà dimenticare: il fragore degli applausi e la spontanea standing ovation al cast , nei saluti finali, sono solo un semplice esempio di come l’intelligenza di un regista, la sua sensibilità, la sua cultura ed il suo talento nel dirigere la scena e gli attori trovino, in quest’occasione, la loro più alta forma, e quest’edizione del festival, fosse anche solo per questo spettacolo, trova il suo più valido motivo per essere ricordata.

Va detto che Tuminas ci trascina in un mondo totalmente opposto a quello al quale il pur ottimo Konchalovsky ci aveva introdotto solo sette giorni prima: se nel caso del regista russo, infatti, ci trovavamo in una classica, seppur creativamente originale, lettura realistica dell’opera e dei personaggi, il lituano ci amplifica il potenziale emotivo, esaltando gli aspetti più profondi delle grandi passioni dei personaggi, anche quelle meno edificanti, utilizzando un linguaggio astratto che innalza la prosa cecoviana oltre , forse, le intenzioni stesse dell’autore. Visivamente non c’è un gesto, una luce, che non abbia dentro di se il tocco di pura magia teatrale, niente, neanche le più iperboliche svirgolate degli attori, è fuori posto o inadeguato, tutto ci riporta ad una grande, incisiva, conoscenza del sentire di questi personaggi, e l’evocazione del gesto raggiunge momenti di puro lirismo, dalla passeggiata sul trattore con cui Vanja trascina Sonia in un simbolico viaggio verso un’irraggiungibile felicità, al violento approccio sessuale, quasi uno stupro, con cui Astrov vince l’insinuante Helena (ricordandoci la scena clou di “Un tram che si chiama desiderio” di Williams). Ma dove davvero risiede la vetta più alta di questo straordinario spettacolo è nella scena finale, in cui gesti, luci e scenografia si sostituiscono al verbo, ed il monologo di Sonja, nelle ultime battute, viene evocato dalla visionaria capacità di sintesi del regista, il tutto servito da un cast di strabilianti attori, tra i quali ci corre obbligo citare Sergej Makoveckij, nella divertente e sofferta interpretazione del protagonista e la meravigliosa Jevgenija Kregzde, una Sonja adolescente e sognatrice che solo una vera grande attrice può rendere credibile nel suo lento inesorabile sfiorire.

Gianmarco Cesario

ZIO VANIA di ANTON CECHOV
REGIA RIMAS TUMINAS
CON SERGEJ MAKOVECKIJ, VLADIMIR SIMONOV, LJUDMILA MAKSAKOVA, GALINA KONOVALOVA, VLADIMIR VDOVICSSENKOV, ANNA DUBROVSKAJA, JEVGENIJA KREGŽDE, MARIJA BERDINSKICH, JURIJ KRASKOV, SERGEJ EPIŠEV, ARTUR IVANOV
SCENE E COSTUMI ADOMAS YATSOVSKIS
MUSICHE FAUSTAS LATENAS
PRODUZIONE YEVGENY VAKHTANGOV STATE ACADEMIC THEATRE