Al Florida il viaggio di Danio Manfredini tra i testi metateatrali per raccontare la condizione dell’attore e il suo dramma quotidiano.

vocazione1_danio-manfredini_foto-di-Manuela-Pellegrini--657x360Non poteva che iniziare nel modo migliore la stagione del Teatro Cantiere Florida ospitando il nuovo lavoro di Danio Manfredini “Vocazione”, già presentato al Festival di Santarcangelo la scorsa estate. Un titolo che richiama la condizione naturale dell’artista che non può fare a meno di seguire il suo talento e farsi completamente travolgere dal “sacro fuoco”, andando a contaminare per sempre arte e vita. Manfredini afferma: «Mi apro ad un percorso di lavoro che verte sul tema dell’artista di teatro. Metto a fuoco questo soggetto in un momento in cui sembra inutile, non necessario, occuparsi di quest’arte e di conseguenza dell’attore-autore-regista teatrale, figura che sembra in disuso. Fosse anche, come si dice, che il teatro è destinato a sparire, sarebbe comunque un privilegio dare luce al tramonto». La sua riflessione sulla professione d’attore, sebbene drammaticamente vera per certi aspetti, rivela una punta di malinconia senz’altro autobiografica ed è espressione di un’amarezza che unisce insieme gli artisti di un’epoca in crisi, soprattutto dal punto di vista culturale. Oltre alle problematiche esistenziali che un artista si trova ad affrontare durante il suo percorso, ad attanagliarlo sono le paure, gli insuccessi e, a volte, anche i momenti di “follia”.

Purtroppo nelle opere scelte per questa carrellata di frammenti teatrali dedicati all’attore emerge un denominatore comune che è possibile rintracciare anche nelle notizie di cronaca e che va a contraddire l’immagine che la gente comune ha degli attori. Nonostante una vita di notorietà e realizzazione artistica, sono spesso persone deluse, distrutte da drammi personali in un certo senso causati dal loro lavoro, nei casi più gravi vittime della depressione. L’arte non dà loro la gioia, ma li investe di sofferenza e di solitudine. È la vita precaria per eccellenza e spesso fa paura. Giunti nella fase della vecchiaia, poi, la situazione si inaridisce ulteriormente, si guardano indietro e difficilmente lasciano la vita soddisfatti. Ne sono un esempio i personaggi ormai anziani dei testi di Thomas Bernhard (“Minetti, ritratto di un artista da vecchio”) e di Ronald Harwood (“Servo di scena”) che vivono gli ultimi momenti della loro esistenza ancora e solo in funzione della scena; o i drammatici monologhi di Nina (dal “Gabbiano” di Cechov) e di Amleto (dal testo shakespeariano) dove ancora una volta emerge la deriva dell’artista, il suo sconforto, il suo fallimento.

vocazione_danio manfredini_foto di Manuela PellegriniA dare voce a pezzi metateatrali di grandi autori due attori eccezionali: in scena con Danio Manfredini anche Vincenzo Del Prete. I due scivolano da un personaggio all’altro lentamente e in maniera soave, accompagnati da luci e musiche, spogliandosi e rivestendosi ai lati del palco dando allo spettacolo una forma rituale che non è nuova nel teatro di Manfredini: già nel suo “Tre studi per una crocifissione” i cambi di scena avvenivano a vista in momenti solenni e poetici. Altro rimando al suo lavoro precedente (andato in scena proprio al Florida nel 2009) è la storia dell’ex macellaio Erwin, divenuto Elvira per amore di un uomo che poi la rinnega, personaggio di “Un anno con tredici lune” di Rainer Werner Fassbinder. Manfredini e Del Prete passano da una situazione scenica all’altra impegnando tutto il corpo, la gestualità, la postura, il movimento sono in funzione del nuovo ruolo da interpretare. Ad agevolare l’espressione cupa e grottesca di alcune figure sono gli abiti, ma soprattutto le parrucche e, talvolta, le maschere di lattice che i due indossano rendendo evidente la spersonalizzazione di alcuni personaggi.

La sensazione di angoscia che invade la scena sembra quasi esplodere sul finale, quando Manfredini incarna una sorta di profeta della morte dalle ali infernali. La sua immagine richiama Artaud, Kantor, Genet, Koltès e tanti altri, autori in cui il teatro si sposa con la sofferenza, con la morte, con l’inquietudine, come se non esistesse altra dimensione destinata all’artista di teatro.

Firenze – TEATRO CANTIERE FLORIDA, 24 ottobre 2014

Mariagiovanna Grifi

VOCAZIONEIdeazione e regia: Danio Manfredini; Assistente alla regia: Vincenzo Del Prete; Progetto musicale: Danio Manfredini, Cristina Pavarotti, Massimo Neri; Disegno luci: Lucia Manghi, Luigi Biondi; Collaborazione ai video: Stefano Muti; Sarta: Nuvia Valestri; Produzione: La Corte Ospitale; Coproduttori: Sotto-Controllo, Elsinor Teatro Stabile di Innovazione, Versiliadanza, Collettivo di Ricerca Teatrale – Vittorio Veneto; Interpreti: Danio Manfredini e Vincenzo Del Prete.

Foto: Manuela Pellegrini.