Gli stereotipi e l’ironia della commedia napoletana in scena al Teatro Verdi di Firenze.

Cosa tiene legata una famiglia, sistema sociale per eccellenza tanto forte quanto fragile? Lo spiega molto bene Buccirosso nel suo ultimo spettacolo “Una famiglia quasi perfetta”, in scena al Teatro Verdi, che lo vede sia nel ruolo di regista che di protagonista, siglando un lavoro piacevole e molto pungente sulle costellazioni familiari trattate con modernità ed eleganza dall’artista napoletano che difficilmente cede alla superficialità, ma rimane ben ancorato ad una visione sensibile e brillante della vita. Una storia particolare che ci proietta nello studio di uno strano avvocato “azzeccagarbugli” alle prese con le richieste di un insolito personaggio, il Signor Salvatore Troianiello, abilmente interpretato da Buccirosso. Uscito di prigione dopo 24 anni per aver scontato la pena di uxoricidio a causa del tradimento coniugale risoltosi in carneficina, all’età di 56 anni il suo solo obiettivo è riprendersi la custodia di suo figlio, dato in adozione dal legale dopo il tragico delitto. Con naturale nonchalance dichiara apertamente di fare appello al “buon senso professionale” del giurista civilista, in fondo chiede solo quello che gli spetta per vincolo e diritto, la discendenza adottiva per riabbracciare il suo primogenito Pinuccio, ormai maggiorenne. Se lo stato non vuole restituirglielo lo farà da solo e a suo modo, come ha già saputo fare in passato con la sua disgraziata moglie defunta.

L’intento di Buccirosso è stato espressamente dichiarato nell’intervista rilasciata prima dello spettacolo: il tema dell’adozione viene proposto secondo la visione paterna che non vuole rinunciare alla sua potestà sul figlio. «La paternità viene prima dell’adottabilità›› è una frase ripetuta più volte nel corso della messinscena e anticipata a «Corriere Spettacolo» dall’autore, il quale con minuziosa perizia appare fin dalle prime battute una presenza scomoda sul palco e non tarda a farci capire che ‹‹la felicità non sempre si raggiunge facendo atto di lealtà››, nemmeno dopo anni di assenza e di colpe penali alle spalle. Ecco che in modo agghiacciante e repentino fa la sua comparsa nelle tranquille e serene mura domestiche dei coniugi adottivi per reclamare la sua stirpe, sicuro questo atteso incontro non potrà che procurare buoni vantaggi al suo cresciuto bambino, perché oggi ‹‹non si cambiano solo le leggi ma anche i genitori››. Il secondo atto si apre nello scompiglio generale di pubblico e presenti, con molte sorprese amare e colpi di scena, come la rèunion tra padre e figlio che lascia tutti senza fiato. Farsa e drammaticità si uniscono nello svelamento ben articolato delle grettezze dell’indole umana, molto spesso incarnata in ‹‹un corpo di adulti con il cervello da bambini››. Si alloggia oramai in un paese dove difficilmente i buoni vincono, l’antico rigore ha lasciato spazio al “quasi perfezionismo”, dove gli eventi quotidiani stramazzano nel baratro di continui drammi di cronaca di cui tutti siamo da tempo cupamente assuefatti.

Contenuti importanti, dunque, quelli raccontati da Buccirosso, che per primo nell’intervista medita sull’attualità e su come «i disastri familiari in effetti si consumino in poche ore, passando dalla quiete alla tragedia in modo così improvviso che difficilmente si ha il tempo di intervenire». Anche nella sua pièce prepara gli spettatori ad un finale dal sapore di fiele che fa riflettere e invita a fare appello alla propria coscienza, perché non basta invocare a gran voce il quarto comandamento da lui reinventato ‹‹Chiudi la porta e onora tuo padre››, recriminando solo odio verso i genitori adottivi, spinti dal senso di colpa che ci divora. Adottare e procreare saranno leggi completamente diverse, ma forse la felicità di un figlio e l’amore di una famiglia devota, anche se non geneticamente acquisita, viene prima dell’egoismo di un babbo certamente biologico ma distante e sprovveduto.

Una drammaturgia ben scritta e ben diretta quella di Buccirosso, che avevamo visto all’opera di recente con le complesse trame dei rapporti familiari nel film di Vincenzo Salemme “E fuori nevica”, rivisitazione cinematografica tratta dall’omonima commedia teatrale del 1995, film mai passato di moda che li ha portati ad un trionfo meritato ai botteghini. Anche qui il suo personaggio, Stefano, si prodigava per la tradizione familiare, messa in discussione dai suoi due fratelli, l’uno mentalmente assente e l’altro indolente. Pur esistendo piccole imperfezioni in ogni focolare parentale, Buccirosso dà prova di credere e lottare per l’unità e il ricongiungimento familiare, perché ‹‹senza ‘a famiglia nun sì nisciuno››. Anche in questo suo ultimo lavoro esibisce tutta la sua bravura e il suo estro partenopeo nell’attirare a sé gli spettatori, dove niente è sfarzo ma ogni tempo, script e movimento son curati nei minimi particolari. Sicuramente Buccirosso ha alle spalle la scia di maestri elevati da cui prendere spunto, il suo saper fare “commedie” è indiscusso e la sua espressione creativa difficilmente si sciupa ma in qualche modo si rigenera, dedicandosi scrupolosamente alla preparazione della sua compagnia in un gioco poliedrico dove, come anche il regista ci tiene a sottolineare, tutti attingono qualcosa dal recital in scena, lui come capocomico, gli altri attori come degni collaboratori e il pubblico come meritevole testimone, ‹‹portando a casa un bottino di risate››.

FIRENZE – TEATRO VERDI, 21 novembre 2014

Mara Marchi

UNA FAMIGLIA QUASI PERFETTARegia: Carlo Buccirosso; Produzione: Michele Gentile; Interpreti: Rosalia Porcaro, Gino Monteleone, Davide Marotta, Tilde De Spirito, Peppe Miale, Fiorella Zullo, Giordano Bassetti.

Foto: Gilda Valenza.