Terzo appuntamento con i reportage di Claudio Facchinelli dal Mittelfest di Cividale del Friuli

Le avventure del bravo soldato Svejk

Una scena de “Le avventure del bravo soldato Sveik” (Foto Alice BL Durigatto /Phocus Agency (C) 2014)

Cividale, 23 luglio 2014 – I limiti del budget, specie di questi tempi, condizionano pesantemente l’invenzione teatrale ma, a volte, si riesce a fare di necessità virtù. È il caso de Le avventure del bravo soldato Švejk, nella proposta di Paolo Fagiolo, presentata ieri, martedì. Del romanzo di Jaroslav Hašek si contano parecchie riduzioni drammaturgiche (da Piscator a Brecht) e anche cinematografiche, ma ricondurre a una lettura performativa di poco più di un’ora le 800 pagine e la miriade di personaggi del testo, era un’impresa ai limiti del temerario. Non solo Fagiolo (che al Mittelfest aveva già offerto prove di notevole interesse) ne è venuto a capo ma, solo in scena, è riuscito a creare uno spettacolo teatrale a tutto tondo. L’espediente – se così si può chiamare – tecnico e drammaturgico è semplice a dirsi, ma sottende creatività e intelligenza. Su due pareti costituite da precari e sconnessi cubi bianchi e sul fondale proietta spezzoni video di origine varia: ora un ritratto animato di Hašek, ora scene con personaggi che sembrano usciti dal pennello di George Grosz, che rampognano il povero soldatino; il quale, nella sua lucida, apparente demenza, denuncia la demenza autentica e profonda della guerra. Un grottesco contrappunto figurativo e sonoro (cui Paolo presta i differenti registri della propria voce), dal quale emergono pure la Merkel, Putin, Martin Schultz, e ci offre un inquietante, ma non incongruo riferimento all’oggi. Il lavoro, che si è avvalso della collaborazione – non solo tecnica – di Massimo Mucchiut e Andrea Gulli, si inserisce con autorevolezza nel ciclo Voci dalla trincea, curato da Annalisa Cosentino e Luigi Reitani.

Fra i graditi ritorni al Mittelfest, come già si è detto, c’è il teatro di figura. Dai 3 ai 93 anni. Una meravigliosa invenzione , è un affettuoso omaggio a Vittorio Podrecca (un nome che la tradizione fa risalire a pod reka: espressione che nelle lingue slave significa “sotto il fiume”) e al suo Teatro dei Piccoli. Ma è anche uno spettacolo di grande raffinatezza, che associa alla sapiente, artigianale manipolazione della marionetta la tecnica del video mapping; il ponte sul quale si muovono a vista gli animatori, illuminato in controluce, pur svelando il trucco, aggiunge un’inattesa poesia al gioco della finzione teatrale, come le scenografie riprese di quinta nel Flauto magico di Ingmar Bergman.

Dopo la proiezione notturna de La grande guerra, di Mario Monicelli, oggi, mercoledì, la giornata è stata dedicata a Sofija Asgatovna Gubajudilina, sotto il titolo On my pure intuition.

Con una serenità quasi ieratica, questa minuta ottantatreenne di origine tartara, protagonista della musica russa contemporanea, ha spiegato ad un pubblico numeroso e attento le istanze mistiche, spirituali, sottese alle sue composizioni. Evitando qualsiasi accenno alle vessazioni subite durante il regime sovietico la Gubajudilina (che da circa vent’anni vive in Germania), si è invece soffermata sull’importanza “di ascoltare i fiori, gli alberi”; su come, dopo le scoperte rinascimentali del mondo e dello spazio, sia oggi giunto il momento di esplorare, di rinnovare la nozione di tempo.

Più tardi nella chiesa di San Francesco, si è eseguita la sua ultima composizione, dal titolo Warum? Wozu? Wodurch? (Per quale ragione? A che scopo? In che modo?): tre basilari, ricorrenti domande esistenziali, perennemente senza risposta.

I concerti di Mittelfest quest’anno ci hanno abituato a giustapposizioni, a volte ardite, di classico e contemporaneo; qui i brani bachiani della prima parte trovavano una più forte ragione di essere: proprio da un’elaborazione del Thema Regium dell’Offerta musicale prende infatti le mosse Offertorium, una delle più famose composizioni della Gubajdulina. E, se per qualche esperto qualificato lo stile direttoriale di Andres Mustonen, alla guida della Filarmonica Teatro Regio di Torino, almeno nella lettura di Bach è apparso alquanto disinvolto, per chi scrive – non addetto ai lavori – quel gigante coi calzoni sorretti da una cintura borchiata, dalla disordinata corona di cappelli biondi (fra un Figlio dei fiori e l’eroe di una saga nordica), forse più interessato a trasmettere mimicamente emozioni all’orchestra e al pubblico, che a rispettare il rigore agogico, emanava un magnetico fascino.

La riflessione sul tempo fornita da Sofija Guvajdulina ha costituito un imprevisto fil rouge che la legava ad una della proposte più attese del Mittelfest: Attends, attends, attends… (pour mon père), del discusso, trasgressivo Jan Fabre.

Chi, sulla scia di scandali spesso montati ad arte dai mass media, si aspettava un’esibizione hard, è rimasto a bocca asciutta. Sulla scena, ingombra di un fascinoso fumo, che sembra lasciarsi modellare da Cédric Charron, si delineano a poco a poco i contorni di una fabula scopertamente ispirata alla vita del danzatore, affidata alla sua vigorosa, elegante espressività fisica e a poche frasi rituali, reiterate. Un vermiglio Caronte in cilindro è anche un figlio di fronte al padre morto che sta per attraversare lo Stige; e parla al genitore dell’importanza dell’attesa, di un tempo non lineare, ma circolare; di un computo cronologico che è indifferente alla bellezza e cose della vita e alla celebrazione della morte: parole che si direbbero mutuate dall’anziana compositrice russa.

Nel tardo pomeriggio si era anche assistito ad un secondo, intrigante momento del già citato progetto Voci dalla trincea, affidate, come per Šwejk, a figure umili, marginali rispetto alla storia ufficiale e, questa volta, al protagonista analfabeta de Il sale della terra, unica opera in prosa del poeta e raffinato filologo polacco Jòzef Wittlin, coevo e sodale, in giovinezza, di Josef Roth: una puntuale, discreta lettura a due voci di Stefano Rota e Andrea Collavino (che ne cura anche la regia), sostenuta da frammenti di Gustav Mahler ed da altri suggestivi materiali sonori.

Claudio Facchinelli