ROMA. Un fascio di luce dalle quinte e un microfono, null’altro a supportare Simone Perinelli nel suo viaggio illusionistico.

È un cittadino comune, ossessionato dallo scorrere del tempo, da una vita che si muove in un continuo andi rivieni, dove tutto scorre e mai si ferma, dove il centro viene accuratamente evitato da quanti preferiscono muoversi lungo la tangente. Ecco l ‘assurda descrizione della tangenziale di Roma, questo visionario attraversarla: i cartelloni pubblicitari, le uscite, i blocchi, i fari, e il desiderio di vedere oltre, di credere di poter porre fine a questo loop.

Perinelli col suo simbolico binocolo di mani cerca una via di fuga, sogna guardando le stelle, immaginando un futuro dove l’incontro con gli alieni rappresenta una speranza, poiché il Dio, che tanto cerchiamo, non verrà mai in questo caos umano.

Gli alieni, forse, saranno capaci di portarci via da questo girotondo, da questo muoversi illusorio restando prigionieri della quotidianità. Ed ecco che il nostro Tiresia, ossessivo visionario, si lascia andare in un colloquio con l’alieno, e nella maniacale ripetizione di gesti , movimenti e parole offre al suo interlocutore un pacchetto di crakers. Ripete la sua offerta come fosse una litania, una richiesta di aiuto, è la necessità di trovar un punto di incontro, un canale di comunicazione, e quale cosa più semplice di do you  want a cracker? 

Prosegue il racconto della città, di Roma, immagine di tutte le città,  pseudonimo di ossessivo scorrere, e proprio questo fluire incessante viene reso da un infinito fluido di parole, un petulante stream of conciousness che rapisce lo spettatore e lo tiene incollato al volto di questo cittadino, in cui ognuno si riconosce. Riconosce i sogni, i desideri, l’impotenza assoluta e la volontà di far qualcosa, perché qualcosa si PUÒ fare.

È un vero luna park l’animo di Perinelli, è un gioco infinito di richiami e illusioni,  ci porta sulla luna, ci fa fumare con lui, ci riporta in auto e sulle stelle, dall’africa al polo, si trasforma e dà vita a nuovi personaggi. Si trasforma in Don Chijote, parla in spagnolo e fa riviver le fantastiche avventure dell’eroe visionario per antonomasia.

Diventa poi un giovane che parla con la nonna morta e intesse una vorticosa descrizione di una famiglia del sud e all’improvviso, come d’ incanto incolla lo sperttatore alla sua bocca che, davanti al microfono, non smettendo mai di muover le gambe, inizia un sublime monologo sulle mani. Emoziona, travolge, svonvolge e fa riflettere. Vien voglia di strappar la sua forza e di farla propria, di agire e non scappare, non lasciarsi scorrere.

 Il dialogo fra il comandante della capitaneria di Livorno Gregorio De Falco e il comandante Schettino della nave Costa irrompe improvviso, potente, sconquassante. È il giro della morte sulle montagne russe del suo luna park. È il richiamo all’ordine a tutti noi, cittadini statici di fronte agli eventi, a questa vita che ci vede spettatori inermi per assoluta volontà e codardia.

Agghiacciante la resa del dialogo fra i due, di una potenza espressiva dirompente. Null’altro si può fare se non ammirare la resa attoriale.

La sensazione è che ci si trovi in un vero luna park, alcuna connessione fra un tema e l’altro, fra un personaggio e il suo seguito, se non fosse che il gioco della follia tiene insieme i fili di questo monologo, di questo viaggio, a tratti sarcastico e comico, come solo la realtà sa essere.

Abbiamo raccolto il  fiocco rosso, abbiamo vinto un giro gratis. L’inaspettato e la sorpresa, l’allegra pazzia ci hanno accolto per quest’altra corsa.

Roma, Teatro Vascello, 19 settembre 2014

Elena Grimaldi