La tragedia di Amleto, il principe di Danimarca è una delle opera shakespeariane più conosciute e rappresentate, scritta nei primi del Seicento ma più che mai attuale per contenuti. La rappresentazione, che ha come suo epicentro la natura e i conflitti dell’uomo, è riproposta da Daniele Scattina in ambientazioni e soluzioni contemporanee pur rimanendo fedele alla struttura drammaturgica dell’opera.

 

Siamo in Danimarca, il re è morto e il figlio, il principe Amleto, è spinto dal fantasma del padre a vendicarne la morte. Lo spettro infatti gli rivela di essere stato ucciso dal fratello, poi usurpatore del trono e sposo della madre vedova. La verità è svelata e il dramma centrato sul tema della vendetta può iniziare. Spinto dalle parole dello spettro “ricordati di me”, Amleto, più che mai disperato e malinconico, rinnega l’amore per Ofelia e pianifica la vendetta. L’arrivo di due dei suoi più cari amici, chiamati dallo stesso re per placare i sentimenti del principe, e di una compagnia teatrale, convince Amleto a mettere in scena il delitto con la rappresentazione della recita “L’assassinio di Gonzago”. La messa in scena turba il nuovo re, convinto che Amleto conosca la verità. La regina e madre di Amleto, Gertrude, richiama quindi il principe figlio per avere delle spiegazioni sull’accaduto e durante la confessione del principe si consuma l’uccisione di Polonio, ciambellano del re e padre di Ofelia e Laerte. L’uomo, ingaggiato per riportare al re il dialogo tra Amleto e la regina, viene scoperto ad origliare e viene assassinato da Amleto, convinto che in realtà si trattasse dello zio.

Ofelia, disperata, impazzisce e si suicida. Amleto viene allontanato dalla corte e inviato a Londra mentre Laerte, di rientro dopo la notizia della morte del padre e furioso per l’offuscamento dell’accaduto, viene ingaggiato e convinto dallo stesso re, informato dell’imminente rientro del nipote, a sfidare in uno scontro a morte Amleto. L’epilogo non salva nessuno, tutti incontrano la morte salvifica e così anche il regno di Danimarca destinato a un nuovo corso.

 

Il tentativo di Scattina di riproporre Amleto è coraggioso e ambizioso ma non perfettamente riuscito. L’idea di scomporre lo spettacolo in spazi scenici e temporali che richiamano il presente ma anche gli animi complessi e turbati dei personaggi shakespeariani crea molta confusione, con una progressiva perdita di attenzione sulla drammaticità dell’opera. La storia così rappresentata è frammentaria e svilita nella sua portata luttuosa e nella sua profonda riflessione sull’agire umano in conflitto tra l’essere e l’apparire, tra il pensiero e l’azione.

 

Non c’è l’Amleto originale, da un lato determinato a compiere la sua vendetta e al contempo intento a procrastinare l’azione. Non c’è la focalizzazione sull’esitazione o il trionfo del dubbio che perseguita il protagonista dell’opera, ma solo ricerca e tentativi di come rappresentarlo.

 

Se l’ “Amleto” originale di Shakespeare apre la via ad un nuovo concetto del teatro indagando sull’animo dell’uomo e sull’agire umano, in Scattina l’idea del teatro sembra concentrarsi sulla ricerca degli espedienti e della contaminazione artistica tradendo in un certo senso lo stesso drammaturgo e poeta inglese.

 

I personaggi sono così depotenziati, il dilemma solo secondario ed il teatro completamente svuotato.

Le interpretazioni, seppure generose del cast, appaiono fiacche, la tragedia è infatti svilita e sbilanciata con abbandonati assoli, non sempre inoltre convincenti.

 

Negli specchi di Scattina non vengono rappresentati stati d’animo né tanto meno i tormenti di cui sono carichi i personaggi di Shakespeare, nonostante una ricerca originale e intellettuale sull’ambientazione e sugli artifizi.

Alla comicità, sicuramente a tratti esilarante e funzionale dei comici ben pensati da Scattina, non si accompagna però la poesia e l’intensità drammatica dell’opera originale che appunto faceva da contraltare. Rimangono così vani e isolati gli omaggi dell’avanspettacolo e le citazioni ai grandi maestri del cinema, del teatro e della danza contemporanea.

 

L’ “Amleto” originale che, come specchio dell’animo, riflette sui temi della legittimazione del potere, sull’idea di morte ed esistenza con richiami al mondo soprannaturale, sui valori dell’onore, della lealtà e dell’amicizia o della sua completa mancanza – dunque l’ipocrisia e il tradimento – sulle relazioni amorose e sulle forme sociali, in Scattina sembra più incentrato sulla rappresentazione, insomma più attento alla regia che alla drammaturgia.

 

Lo studio sull’uso della voce e delle vocalità, come le coreografie e il movimento del corpo che richiamano la danza contemporanea, svelano una profonda attenzione alla regia e all’attore. Eppure, nonostante l’interessante utilizzo dello spazio scenico, con l’uso dei colori e di atmosfere evocative, lo spettacolo risulta acerbo e incompiuto. L’espediente del microfono in alcune scene per dare forza agli stati d’animo sembra, in realtà, più che un’idea originale e ricercata,una necessaria esigenza per dare forza ai versi originali qui svuotati dalla rappresentazione.

Roma, teatro Vascello, 1 Giugno 2016

Vittorio Sacco