Uno spettacolo non rassicurante, ma che pungola e induce ognuno a interrogarsi sul suo ruolo nella società.

«Dedico questo spettacolo a Stefano Cucchi». Così si conclude “Nessi”, l’ultimo spettacolo di Alessandro Bergonzoni, che ha fatto tappa al Teatro Puccini di Firenze il 7 e l’8 novembre. La dedicatoria è l’ideale esergo della performance e ne racchiude il senso ultimo: la comicità e l’impegno civile, le cifre connotative del Teatro fin dalla sua fondazione, si integrano e si rafforzano a vicenda. Anzi, la prima è il mezzo privilegiato che permette di arrivare all’uditorio in modo istantaneo, perché distrugge qualunque barriera tra performer e uditorio. Il messaggio è chiaro: bisogna lavorare al cambiamento socio-politico e ognuno ha il dovere di attivarsi. Non basta auto-compiacersi di aver ascoltato la parola di Gandhi, Mandela, Peppino Impastato, Falcone o Borsellino: dobbiamo diventare uno di loro.

Quello di Bergonzoni non è un semplice spettacolo, ma un evento, una cerimonia, che sprona gli essere umani a ‘fare nessi’ tra di loro, a cucire i propri fili con quelli di quanti più individui possibili attraverso l’attivazione dei sensori più interiori (quelli della sensibilità) per sintonizzarsi sulle emotività altrui. In questo modo quando ci abbassiamo a legarci una scarpa (lo fa Bergonzoni) facciamo nesso con un civile che in Siria si mette nella stessa posizione ma per non essere colpito da un cecchino (e con un groppo in gola tutto l’uditorio esplode in un applauso liberatorio).

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I legami però sono anche quelli linguistici, perché anche la voce è uno strumento potente del performer e Bergonzoni dimostra di essere un eccelso affabulatore e un abilissimo giocoliere della parola. Dall’inizio alla fine il pubblico è travolto da un’infinità di espedienti retorici – giochi di parole, calembour, spostamenti semantici, bisticci… – che si susseguono con una velocità vorticosa, quasi inebriante. «Se gli evoluzionisti sono convinti che Dio abbia un piano… mi chiedo: possiamo suonarlo?» E poi è chiaro che «davanti a Dio siamo tutti uguali… ma di fianco?». E, ancora «finiamola con tutte queste fiction d’amore dove l’uomo ama la donna, l’uomo l’ama, la donna l’ama… la donna lama (che cos’è la donna lama?)… lama donna… la Madonna…». E così in un loop continuo.

Se l’infinità di facezie procura un riso gradevole, quando l’abilità linguistica è applicata a temi seri la risata si trasforma in un pugno nello stomaco. Dopo una sorta di preludio cabarettistico, la performance si concentra sul senso della vita intesa come contrapposizione alla morte, tema caro all’artista. Il problema è che «pensiamo sempre a come moriamo e mai a come viviamo… si può morire d’un colpo, di colpo, di un attacco di cuore, di un attacco indiano, e se c’è un attacco indiano di solito si muore anche di un attacco di cuore…! e poi si può morire guardando la morte in faccia o vedendo solo il braccio della morte….» (risata dal pubblico) «….come molti carcerati» (silenzio del pubblico): il clown ha da sempre il potere di mescolare comico e tragico e di affermare ciò che vuole. Ecco allora che «il femminicidio è un genocidio, o geniocidio perché uccide l’intelligenza…». E d’altra parte l’essere umano ha bisogno del cosiddetto «dolore da asporto – quello che te lo prendi e lo porti a casa – perché una tragedia quando non serve più, rimane in noi».

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Il continuo spostamento dalla comicità alla tragedia colpisce lo spettatore nel profondo. I temi trattati si depositano nella sua coscienza, vi rimangono e l’exemplum offerto non può che sensibilizzarlo e fargli sentire l’urgenza di partecipare più attivamente al cambiamento auspicato. Ciascuno individuo è fondamentale in questo processo perché può creare nessi e il giorno in cui tutti saranno connessi gli uni con gli altri, la trasformazione socio-politica potrà finalmente avere luogo.

Il virtuosismo linguistico caratterizza anche lavori precedenti di Bergonzoni, come “Urge”, che quest’anno è diventato un film di Riccardo Rodolfi (suo storico collaboratore) ed è stato presentato il 1 novembre al Festival di San Marino. Com’è inevitabile, “Nessi” prosegue la strada dei precedenti spettacoli – cuce dei fili con quelli – ma al contempo se ne discosta in modo sostanziale. Qui si utilizza la parola con finalità musicale, come afferma Bergonzoni stesso, perché la collisione tra quella e quanto viene detto produce irrimediabilmente significati nuovi e inediti che solo il pubblico può captare: quel pubblico che può essere educato al cambiamento.

Firenze – TEATRO PUCCINI, 8 novembre 2014

Diego Passera

NESSI. Uno spettacolo di e con: Alessandro Bergonzoni; Regia: Alessandro Bergonzoni e Riccardo Rodolfi; Scene: Alessandro Bergonzoni; Ufficio Stampa: Licia Morandi; Assistenza impianti tecnici: Tema Service; Produzione: Allibito.