Al Teatro Argentina debutta in prima nazionale “Natale in casa Cupiello”, in scena dal 3 dicembre al 1° gennaio. Il regista Antonio Latella rivisita il testo di Eduardo avvicinandosi alle proprie radici napoletane. “Mi sono avvicinato a Eduardo” –spiega Latella – “come un detective, fingendo di non conoscerlo”. Il regista mette in scena tre atti (che sono tre quadri) dal forte impatto estetico, quasi iconografico. Lavorando sulla sottrazione: “Mi sono ispirato a Furore di Steinback”, e segue una rigorosa filologia del testo eduardiano che risale al 1931, poi ampliato e oggi elevato a Classico, raccontando la realtà senza realismo. “Meglio la finzione della realtà. In alcuni spettacoli c’è sangue vero, in altri sangue finto. Io preferisco quando il sangue non si vede e viene solo immaginato”.

Protagonista è Luca Cupiello (interpretato da un nervoso Francesco Manetti), padre di famiglia che come ogni anno si dedica all’ossessiva costruzione del presepe, nonostante le critiche della moglie Concetta e del figlio Tommasino. Il giorno della vigilia tutta la famiglia si riunisce per il cenone preparato da Concetta, tuttavia gli attriti familiari provocheranno un incendio che farà crollare l’ignaro Luca, sino ad allora convinto di aver creato una famiglia felice.

Il tema centrale è la famiglia, in particolare il ruolo cardine della madre (qui trasfigurata in Madre Coraggio che trascina il “carro” familiare) e il rapporto padre-figlio, che arriveranno ad uccidersi metaforicamente a vicenda. Scopo: la liberazione. “L’uccisione dell’altro è uccisione di se stessi, quindi è fertile” sentenzia Latella che promette di indagarlo intensamente nei prossimi anni.

Uno spettacolo classico? No grazie. “Raccolgo l’eredità di Eduardo, ma non si parli di rapporto con la tradizione” sentenzia Latella, che (de)struttura la commedia in tre atti di un’ora ciascuno, ognuno dei quali costruito sul tema della musicalità fatta di parole, azioni, voci. Fino a ritrovare un Luca morente in mezzo al presepe, al posto del Bambinello. Uno spettacolo esteticamente interessante, eternizzante, reso quasi caravaggesco dall’uso tagliente e trasversale delle luci; ma personalmente ritengo che la regia ecceda in lentezza, che nel tempo si dilata e rischia di soggiogare i meriti estetici e attoriali. Assieme al già citato Francesco Manetti, ci sono i bravissimi Lino Musella (un Tommasino irriverente e testardo) e Monica Piseddu (madre coraggiosa sottile e angosciata), assieme ad altri attori napoletani.

In uno spettacolo che sposta gli accenti, e non solo quelli delle parole, si gioca con un nuovo linguaggio didattico veicolato dal regista, che tuttavia sembra necessitare della traduzione e della spiegazione a posteriori. Una posizione netta, quella che Latella desidera dalla platea. Riuscendoci: impossibile non notare le numerose braccia conserte né un certo pubblico che si allontana a metà spettacolo, e che viene relegato a pura maleducazione. “Mettere il pubblico davanti a nuovi linguaggi è pericoloso, e va accompagnato”. Ma siamo sicuri che sia fertile parlare di vecchio e nuovo?

 Roma, teatro Argentina, 04 dicembre 2014

Alice Palombarani

 

Personaggi e interpreti

Luca Cupiello, Francesco Manetti
Concetta, sua moglie, Monica Piseddu
Tommasino, loro figlio, detto Nennillo, Lino Musella
Ninuccia, la figlia, Valentina Vacca
Nicola, suo marito, Francesco Villano
Pasqualino, fratello di Luca, Michelangelo Dalisi
Raffaele, portiere, Leandro Amato
Vittorio Elia, Giuseppe Lanino
Il dottore, Maurizio Rippa
Carmela, Annibale Pavone
Rita, Emilio Vacca
Maria, Alessandra Borgia

Drammaturga del progetto Linda Dalisi
Scene Simone Mannino e Simona D’Amico
Costumi Fabio Sonnino
Musiche Franco Visioli
Luci Simone De Angelis
Assistenti alla regia Brunella Giolivo, Michele Mele
Assistente volontaria Irene Di Lelio