Perdersi e ritrovarsi vent’anni dopo, raccogliendo i cocci di esistenze stropicciate dalla vita, eppure ancora palpitanti. “Ma pure questo é amore” é il nuovo spettacolo di Simona Migliori messo in scena al Teatro Linguaggi Creativi di Milano, in prima nazionale. Ed è un sincero e fulgido autodafé dell’autrice e regista, che non ha paura di camminare su terreni scivolosi in cui dipendenze, fallimenti, disastri borghesi e rigurgiti proletari frullano senza tregua tra le tante parole e i pochi gesti di uno spacciatore di quartiere (Gabriele Genovese) e una benestante sciura con desideri frustrati di maternità (Valeria Perdonò). Il “set” del loro casuale incontro (una palestra abbandonata) é lo stesso di due decenni prima, solo che all’epoca tapis roulants e pesi funzionavano, i corpi viaggiavano, e il cuore pure. Tra figli persi (quello di lui, affidato ai servizi sociali) e desiderati (quello che lei si ostina ad avere sottoponendosi a massacranti cure) la vita si perde annegata tra i rimpianti e sprazzi di umanissima rabbia. Si ride, moltissimo, in questi 80 minuti di puro teatro, che mentre ti diverte con dialoghi serrati e sapida ironia, ti pugnala alle spalle con soprassalti di dolore. Merito di una scrittura elegante ed essenziale (con tratti di pudico lirismo) cui danno fiato e corpo i due protagonisti, eccellenti e perfettamente in tono con il “sentiment” della Migliori. Se lo straordinario Genovese regala indolenza e fatalismo al suo Salvatore (ritagliandosi un fulminante monologo nel pre-finale), la Perdonò é un metronomo di precisione comica, fino poi a spettinare la sua Giorgia toccando tutte le corde dell’anima umana, allagando la scena con il suo estenuato rancore, mostrando – a tratti dolcissima – le sue ferite. Attorno a loro, scorre indifferente la vita della periferia milanese – é la Barona, ma potrebbe essere ovunque – e una semplice palestra in disuso diventa il simbolo di una casa mancata, di un amore sfiorato, di possibili, nuove prospettive.

Antonio Mocciola