Metti due attori in forma smagliante, Antonella Romano e Rosario Sparno, un testo immaginifico e pirotecnico firmato Andrea Camilleri, e riadattato dallo stesso Sparno, ed ecco teatro distillato di parole che diventano musica, mai vuota performance. “Le funambole”, in scena al Piccolo Bellini fino a domenica 14, ammalia e incanta come le sirene che la Romano ricama col ferro, in scena come nella vita. Artista poliedrica ed imprevedibile, l’attrice campana riempe la scena di sue creazioni e installazioni, rendendo la cornice dello spettacolo elegante ma allo stesso tempo inquietante. Terreno ideale per Rosario Sparno, che trova con la compagna di scena intesa perfetta nei tempi e nei modi. Due fratelli siciliani, in un’isola omerica e fuori dal tempo, artigiani e ciarlieri, sciorinano leggende e superstizioni antiche (ma neanche troppo), dando vita a dialoghi serrati e fulgido colore ad una lingua, altro che dialetto, che suona solenne e, allo stesso tempo, demistificante. La regia di Sparno è asciutta e divertita, dando sfogo alla parola e imprigionando i corpi su due sedie irreali. A muoversi sono i racconti, rutilanti e rocamboleschi, che i due fratelli si rimbalzano addosso, fino agli acuti finali. Prodotto da Casa del Contemporaneo, su progetto di Bottega Bombardini, “Le funambole” prende le mosse dal racconto “Maruzza Musumeci”, ed i fans di Camilleri non resteranno delusi. Ma qui emerge, soprattutto, lo stile dei due artisti in scena, che maneggiano con perizia un testo ispido e dal ritmo estenuante, riuscendo, tra tanta densità e, diciamolo, drammaticità, a rimanere, miracolosamente, leggerissimi.

Antonio Mocciola