Una buona rappresentazione in teatro de “La Wally” di Catalani pone seriamente il dubbio all’ascoltatore di come un’opera tanto bella e raffinata possa essere stata posta in oblìo per tanti decenni, fatte salve le oramai storiche rappresentazioni affidate alle grandi voci come Tebaldi, Olivero od anche Del Monaco. La risposta crediamo di trovarla  nella considerazione che la musica di Catalani, a differenza di quella del suo collega coevo Umberto Giordano, era profondamente teatrale, in un’epoca storica ove i mutamenti del gusto (spinti anche dalle nuove tecnologie) si rivolgevano alla cinematografia; ed infatti “cinematografica” può essere definita la musica dello Chénier o di Fedora, per fare un esempio.

Wally è, al contrario, un dramma a fosche tinte, che, pur pregna della modernità di un’orchestrazione che fa sfoggio di tutti gli ardimenti timbrici ed i cromatismi possibili, rivolge al passato la sua estetica, il suo modo di concepire i sentimenti dei personaggi di svilupparli e di porgerli all’ascoltatore.

Questo il pubblico dell’epoca doveva indubbiamente percepirlo e pertanto, pur decretandone il meritato successo, l’opera poco alla volta scomparve dalle scene, fatta eccezione per la celeberrima romanza “Ebben, ne andrò lontana” che chiude il primo atto, cavallo di battaglia di molti celebri soprani del ‘900.

È stato parimenti scritto che Catalani sia il “Leopardi” dell’operismo italiano; probabilmente l’espressione non è del tutto infondata od immaginifica, e certamente non per il prevedibile riferimento alla malattia che avrebbe ucciso il Compositore a soli 39 anni, ma per un personalissimo gusto estetico musicale – particolarmente vivo in Wally (peraltro unica opera di argomento non fantastico) – per cui l’ineluttabilità del fato e l’inesorabilità del destino colpisce chiunque, indipendentemente dalla circostanza che si combatta strenuamente per superarne gli ostacoli, che il Compositore concepisce come invalicabili.

In tal senso, a parere di chi scrive, va letta la vicenda (per la verità neanche tanto originale nella trama) della vicenda di Wally per cui un padre dispotico (basso) obbliga la figlia (soprano) a sposare un giovane (baritono) a lui gradito (Gellner) fino alla catastrofe finale: la morte a causa di una valanga proprio nel momento in cui i due avevano realizzato la profondità del sentimento che li legava vicendevolmente; vicenda scolpita da una musica che sin dalla prima nota è un anelito di morte. In Chénier la morte volontaria dei due amanti ha una funzione catartica, sublimante, la liberazione dei vincoli e delle oppressioni che le sovrastrutture umane impongono al librarsi del sentimento, in Wally tutto è destinato a scontrarsi con il senso di morte ben caratterizzato dall’interludio – splendidamente eseguito dall’orchestra Filarmonica pucciniana ben diretta dal maestro Marco Balderi – del terzo atto ove si concentrano gli echi dei temi della “lontananza” e della “campana”; i temi della natura, fredda e glaciale come le lastre di ghiaccio ove si svolge l’intera vicenda alpina, appena riscaldati dal tema dell’amore che, tuttavia è destinato a soccombere con la morte che viene a riprendersi ciò che è già suo. Ma ogni situazione musicale in quest’opera rappresenta il sentimento dell’amore che non si libra quale forza liberatrice verso la felicità, ma che arpiona i protagonisti in un ginepraio di sentimenti contraddittori che inevitabilmente conducono alla catastrofe.

Onore al merito, dunque, se la sovrintendenza del teatro del Giglio ha deciso, dopo 26 anni, di riportare in scena questo capolavoro ingiustamente trascurato ottenendo, peraltro, un bel successo di pubblico che ha decretato appalusi a scena aperta a tutti i protagonisti dell’opera.

In particolare Serena Farnocchia è soprano lirico dal bellissimo timbro di voce nel registro centrale, qualche lieve difficoltà negli acuti (la parte è tipica di un lirico-spinto) ma la grinta di quest’artista ha ben reso il personaggio e le sue fragilità, quantunque mascherate da un atteggiamento insolente ed un carattere altèro e orgoglioso.

La parte di Hagenbach era affidata al tenore Zoran Todorovich, oramai ben navigato nella parte per averla eseguita più volte. Di lui impressionante è lo squillo e la potenza della voce, peraltro molto bella – e comunque indicata per ruoli wagneriani impegnativi quale Sigmund o Sigfried nel Ring – ma talvolta troppo incline ad urlare le frasi, più che declamarle.

Gran nobiltà di accento il baritono Marcello Rosiello nel ruolo di Gellner, alla voce possente e rotonda si affiancavano accenti e declamazione ben cesellati: indubbiamente un cantante che è perfettamente entrato nel problematico ruolo del personaggio che non potrebbe essere ridotto a semplice amante deluso e desideroso di rivalsa nei confronti di Hagenbach. Gellner, a parere di chi scrive è realmente il personaggio più interessante dell’opera perché non riesce a districarsi dall’atteggiamento contraddittorio dell’amore-libertà e l’amore-possesso e necessita di una parte baritonale che sia in grado di unire il timbro marmoreo baritonale ai numerosi acuti di cui la parte è provvista.

Corretto e credibile la parte di basso affidata a Stromminger, padre di Wally ben cantata ed interpretata da Francesco Facini così come più che discreto il Walter affidato a Paola Leoci.

Non meno bravo Marco Balderi sul podio. È difficile l’equilibrio in quest’opera: il direttore riesce a far percepire tutta la ricchezza e l’eleganza della scrittura di Catalani senza rinunciare all’effetto drammatico e al ritmo teatrale, sostenendo nello stesso tempo il palcoscenico con grande autorevolezza in particolare l’interludio tra il terzo ed il quarto atto è degno delle più belle pagine sinfoniche mai concepite. Molto buona la prova dell’Orchestra Pucciniana e quella del Coro del festival Puccini.

Ben sperimentata la prova registica affidata a Nicola Berloffa il quale ha deciso di spostare l’azione dal 1800 ai primi decenni del XX secolo, ma la scelta pare corretta e comunque non contrasta affatto con l’impalcatura generale:ne vien fuori una Wally con una caratterizzazione molto forte, in linea con il gusto teatrale dei primi anni del ‘900.

Nel rendere omaggio, dunque, a Catalani si può sperare che il Teatro del Giglio possa decidere di mettere in scena anche le altre opere del Lucchese, in particolare Edmea o Loreley che indubbiamente riserverebbero al pubblico emozioni non meno soprendenti di quelle che si provano all’ascolto della più celebre Wally.

 

Pietro Puca