Con “AdEst – La trilogia della guerra” (fino al 10 febbraio), il regista Massimiliano Rossi si regala per il suo decimo anno di attività un percorso di grande fascino sul tema della guerra, e dell’Est reale e metafisico. Palcoscenico ideale di quest’impresa è il Teatro La giostra, perla di libertà espressiva – e coraggiosi intuiti – incastonata nel cuore dei Quartieri Spagnoli, al secondo anno di attività nella nuova sede dopo una lunga esperienza a Soccavo. Ad inaugurare la maratona scenica di Massimiliano Rossi è un complesso e intrigante testo di Tadeusz Slobodzianek, “Nasza Klasa” (fino al 27), per la prima volta in Italia grazie anche alla traduzione di Alessandro Amenta. Ambientata tra il 1925 e il 2002, la pièce racconta il tragico intrecciarsi delle vicende di dieci ragazzi, compagni di scuola, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale: cinque ebrei e cinque polacchi. Mentre i ragazzi crescono, il loro paese è devastato dalle invasioni armate, prima sovietiche, poi naziste.

Con lo sviluppo del fervente nazionalismo crescono i conflitti. Gli amici si tradiscono l’un l’altro e la violenza prende il sopravvento, fino al momento in cui le persone ordinarie portano a termine un’azione straordinaria e mostruosa, la cui eco risuona ancora oggi.

Massimiliano Rossi, in collaborazione con David Power (anche in scena) recluta un gruppo di attori volutamente eterogeneo (ma ottimamente in relazione tra loro): Adele Vitale, Angela Rosa D’Auria, Margherita Romeo, Antonio Clemente, Marco Aspride, Pietro Juliano, Giuseppe Fiscariello, Nello Provenzano, Giuseppe Villa. Con l’unico arredo scenico di dieci sedie, che all’inizio dello spettacolo evocano dapprima una classe, poi un granaio in fiamme, tragico epilogo realmente accaduto, poi torbide stanze di sesso sguaiato, poi viaggi per le Americhe. Tocca agli interpreti disegnare luoghi ed immagini, in un crescendo di violenza a cui la natura umana soggiace spesso e volentieri, se costretta o semplicemente stimolata. Sprofonda, insieme all’etica, un mondo malato nel più profondo subconscio, non troppo lontano nel tempo per non richiamare alla mente anche il nostro – inquieto – presente. E allora applausi ad una regia attenta ma non rigida, partecipe ma non prona, e ad un manipolo di ottimi attori che, in un ensemble ben affiatato, riescono comunque a far risuonare forte e chiara la propria identità: restano nella mente la dolente grazia plebea di Angela Rosa D’Auria, l’ambiguo vigore del sempre impeccabile Pietro Juliano, perfettamente in parte, la ieratica presenza di Giuseppe Fiscariello, l’irrequieto talento di Marco Aspride, il magnetismo di Margherita Romeo, le voci commosse e commoventi di Giuseppe Villa ed Adele Vitale, il calzante phisique du role di Antonio Clemente, i raggelanti virtuosismi di David Power – in certi passaggi davvero notevole – e l’energia di un Nello Provenzano semplicemente perfetto nel tratteggiare un umanissimo, lacerante, Wladek, personaggio da cui è difficile non restare ipnotizzati. Ottimamente vestiti da Luca Sallustio, calati in un’atmosfera di sottile – e a volte deflagrante – angoscia, gli “alunni” attraversano i decenni parlandoci di noi, e del nostro presente. Perchè mala tempora, oggi come allora, currunt.

Antonio Mocciola