Riflessioni su Gesù nello spettacolo di Babilonia Teatri presentato al Contemporanea Festival di Prato.

babiloniatUn tema, una responsabilità. Parlare di Gesù oggi significa accollarsi sulle spalle un grande peso e, qualsiasi cosa si dica, non sarà mai sufficiente, non sarà mai esauriente. Certo: perché è del figlio di Dio che si sta discutendo. Infinito, onnipotente, onnipresente. Di questa realtà è consapevole la compagnia teatrale Babilonia Teatri che ha presentato in anteprima lo spettacolo “Jesus” al Contemporanea Festival di Prato. Una piéce che lascia sgomenti gli spettatori i quali, probabilmente, si aspettavano una riflessione mistica o una rappresentazione storico-filosofica. La delusione nell’assistere a 35 minuti di non-spettacolo su Gesù, una sorta di teologia negativa. In scena, invece, le aspettative e le implicazioni sociali derivanti dal confronto con un soggetto di tale portata.

Figura mitica che, oltre alla fede religiosa, da secoli affascina le menti di tutti. Il personaggio storico è rimasto un esempio anche per chi non è credente, a prescindere dalle sue (presunte) origini divine. Quello che ha fatto, come ha parlato alla gente, i messaggi che ha lanciato (molti dei quali alterati dalla Chiesa e da chi ne fa le veci) parlano di perdono, di sostegno, di comprensione, di amore. Di amore. Un sentimento molto frequentato, ma che ad oggi ancora non sembra essere così ampiamente diffuso. Gesù professava un amore universale, un’energia caritatevole che avvolgesse e unisse tutti gli esseri viventi. Siamo ben lontani da questo. E anche se quel “Cristo” fosse stato solo un uomo proponeva qualcosa di decisamente “divino”.

Interpreti di questa carrellata di impressioni-pensieri-sensazioni Enrico Castellani e Valeria Raimondi, fondatori della compagnia nel 2005, i quali hanno semplicemente portato in scena se stessi, la loro vita, la loro famiglia (comparse nello spettacolo, infatti, anche i due figli Ettore e Orlando) e la loro “intenzione” di fare uno spettacolo su Jesus. Ma anche la paura, il dolore e i dubbi di un’esistenza che viene vissuta senza avere alcuna certezza. Come è nel loro stile i due attori “vomitano” una serie di immagini e riflessioni in un ritmo serratissimo e privo di intonazione (ma molto intenso e articolato), dove le parole sono le uniche protagoniste e il corpo solo un tramite per riportale agli spettatori. Nei loro lavori non esiste una trama, non esiste una linearità. Vi è il susseguirsi di momenti, parlati o semplicemente mostrati. In questo caso ecco che, dopo un fiume di frasi interconnesse, i due si ritrovano in fondo alla scena, si spogliano nella semioscurità e si stringono l’un l’altro. È l’essenza di quell’amore che Gesù ha cercato di professare, l’unico istante pieno in quel vuoto di parole che continuano ad essere pronunciate in suo nome.

Prato – TEATRO FABBRICONE, 2 ottobre 2014

Mariagiovanna Grifi

JESUSTesto: Valeria Raimondi, Enrico Castellani, Vincenzo Todesco; Parole: Enrico Castellani; Luci e audio: Babilonia Teatri e Luca Scotton; Costumi: Babilonia Teatri e Franca Piccoli; Compagnia: Babilonia Teatri; Interpreti: Enrico Castellani, Valeria Raimondi, Ettore Castellani, Orlando Castellani.