2L’evento – non è facile ascriverlo ad una precisa categoria spettacolare – era nato a Napoli, nel 2013, per essere rappresentato negli intricati recessi del Tunnel Borbonico. A Torino, a metà aprile, nella non casuale ricorrenza del settantennio dalla Liberazione, è stato riproposto nel rifugio antiaereo di piazza Risorgimento.

Scavato dopo i bombardamenti dell’autunno del ’42, tale spazio fa oggi parte del Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà. E se forse il luogo non possiede la suggestione labirintica della sede napoletana, la sua rigorosa struttura geometrica ha un suo severo, segreto fascino. Non solo, ma dalle sbiadite istruzioni scritte sulle pareti sembra trasudino umori che conservano l’eco indistinta di pianti sommessi, di sospiri, di spaventi, rimasti impigliati al cemento scabro delle pareti: sentimenti che penetrano la coscienza degli spettatori (una trentina per ogni replica), fin dal momento in cui inizia la discesa lungo le scivolose, umide scale che li convogliano a dodici metri sotto il piano stradale.

I primi suoni che si odono sono oscuri, quasi arcani, che si sprigionano sfregando la pelle tesa di un bodran, un tamburo di origine asiatica, oggi diffuso soprattutto in Irlanda. A queste sonorità si sommano e rispondono, rimbalzando, rifrangendosi sugli angoli e le volte dei corridoi, gli armonici di scale esatonali, di disegni sonori palindromi, prodotti da invisibili strumenti a fiato, ora acquattati in anguste nicchie, ora celati dalla struttura angolosa del sotterraneo: una tromba, un sax contralto, un clarinetto basso.

1E intanto, figure dall’andatura e la gestualità quasi scimmiesca, fatta di capriole e di salti, compaiono prima dietro le sbarre di una cancellata, poi si mescolano ai visitatori, a distanza ravvicinata, gli occhi negli occhi, con torve, inquietanti trasgressioni delle regole della prossemica; scompongono il gruppo in tre schiere, sospingendole con gesti perentori lungo itinerari diversi, finché il gruppo torna a ricomporsi in un lungo, ampio corridoio. Alle note gravi degli strumenti a fiato si sovrappongono i toni acuti, lamentosi, prodotti da due tubi fatti ruotare a diverse velocità, che ne modulando l’altezza.

I performer, deposto il primitivo ruolo di inquietanti traghettatori d’anime, si scontrano fra loro, aggrovigliandosi in plastiche azioni di lotta, come spinti da un irrefrenabile necessità di sopraffazione, vitale per la salvezza: quasi una versione coreutica del dolente saggio di Primo Levi, I sommersi e i salvati. Finché la violenza e l’asprezza della contesa fisica si sciolgono e risolvono in un’armonia dinamica solidale, e “l’itinerario per una possibile salvezza” si indirizza verso una presumibile apertura all’esterno da dove, assieme alla luce, sembra filtrare un speranza di libertà.

L’elemento che più colpisce in questa creazione, al di là della suggestione emotiva, è l’intreccio organico, strutturale, fra musica e danza.

In quegli spazi nudi dalle superfici ruvide, dagli spigoli grezzi, la memoria di una tragedia collettiva trova voce e forma nell’interazione a distanza di quattro corpi e quattro musicisti che, attraverso forme espressive non verbali, riescono a evocarne la dolorosa, palpabile realtà: da un lato, la musica, la più ambigua delle arti (come sostiene Thomas Mann nel Doctor Faustus); dall’altro, quel linguaggio, a un tempo elementare ed arcaico, ma anch’esso denso di criptiche polisemie, che è la danza.

Una felice congiunzione progettuale che, grazie a due artisti di talento, Raphael Bianco e Ivan Bert, riesce a restituire non solo emozioni, ma anche reali frammenti di storia.

Claudio Facchinelli

 

Itinerario per una possibile salvezza

Ideazione e coreografia di Raphael Bianco

Improvvisazione sonora a cura di Ivan Bert

Musicisti: Ivan Bert, Paolo Porta, Luca Biggio, Adriano De Micco

Produzione: Compagnia EGRIBIANCODANZA

Coproduzione: Fondazione Campania dei Festival, E45 Napoli Fringe Festival

Danzatori: Vincenzo Criniti, Vincenzo Galano, Cristian Maugurano, Alessandro Romano