L’eccezionale esperienza personale di un giudice, divenuta libro e poi spettacolo, induce una seria riflessione sulla pena carceraria

“Nessuno tocchi Caino; ma non dimentichiamoci di Abele”.

Con questa asserzione, e con una citazione tratta dal dostoevskiano Delitto e castigo, Elvio Fassone, autore del libro dal quale nasce lo spettacolo omonimo, concludeva un appassionante intervento nel corso della conferenza stampa di presentazione. Parole, queste, che situavano lo spettacolo in un contesto di più ampio respiro etico, liberandolo da qualsivoglia interpretazione manichea o, con infelice ma diffusa espressione, “buonista”.

Non era facile conferire una struttura teatrale a un testo che, ad una prima lettura, poteva apparire una semplice, ancorché articolata, perorazione contro la pena dell’ergastolo. Nell’impresa si sono cimentati: lo scrittore Paolo Giordano (l’autore de La solitudine dei numeri primi), per ricavarne una drammaturgia; Mauro Avogadro, a sua detta attore prestato alla regia; due attori ronconiani di razza, Sergio Leone e Paolo Pierobon; buon ultimo, lo scenografo Paolo Rossi. E ne è valsa la pena.

Foto ©Masiar Pasquali

Il libro, uscito un paio di anni fa per i tipi della Sellerio, appartiene a un genere di difficile definizione. Dopo aver pubblicato importanti saggi sulla politica penitenziaria, Fassone diviene scrittore dal vero, e mette sulla carta una sua personale, eccezionale esperienza: la corrispondenza epistolare durata ventisei anni con un detenuto cui lui stesso aveva infitto la pena dell’ergastolo. Fra i due si crea un rapporto asimmetrico, atipico, ma di forte intensità, basato sul reciproco riconoscimento e rispetto, sull’accettazione dell’altro, ove le palesi diversità di estrazione sociale, di età, di codici comportamentali, trovano faticosi ma inaspettati punti di contatto, e consentono una comunicazione autentica.

Dalla cronaca di questa narrazione epistolare delle vicende dell’ergastolano Salvatore, del suo peregrinare fra un carcere e l’altro, della lenta acquisizione di un qualche grado di istruzione, e dell’esperienza del teatro, ma anche delle restrizione previste dal cosiddetto 41-bis (il regime di carcere duro), emerge anche la contraddizione fra il dettato costituzionale (che stabilisce le pene debbano “tendere alla rieducazione del condannato”), e un’istituzione penitenziale che lo abbrutisce e che, con la formula burocratica “Fine pena: mai” chiude qualsiasi prospettiva di reinserimento del detenuto nella comunità. Solo che questa incongruenza non è analizzata in punta di diritto, ma emerge dalla realtà di chi, da due opposti punti di osservazione complementari, la vivono sulla loro carne. Tuttavia, come già il libro, neppure lo spettacolo cede alla tentazione di scorciatoie emotive, ma il pubblico ne esce profondamente turbato.

Alla regia e alla scenografia si riconosce una virtuosa consonanza di intenti (una situazione che non sempre si verifica sulla scena), che crea drammaturgicamente un collegamento spaziale fra i due mondi, separati da solide barriere metalliche, che pur consentono una osmosi fra due soggetti umani, veicolata dalla forza, a volte dirompente, della parola.

Foto ©Masiar Pasquali

Paolo Pierobon (che sa riprodurre efficacemente cadenze e forme dialettali sicule, non sue native) ci restituisce un Salvatore sanguigno, violento, spesso volutamente sopra le righe: un personaggio fedele a un proprio primitivo, arcaico, codice d’onore, che gli consente tuttavia delle pudiche manifestazioni di stima e affetto quasi filale verso il giudice, quasi un padre che, forse, non ha mai conosciuto.

Più problematica e difficoltosa, malgrado la volonterosa prestazione di Sergio Leone, la resa del deuteragonista, il giudice. Per chi, come me, ha avuto la ventura di conoscere e frequentare per decenni Elvio Fassone, è difficile riconoscere sulla scena i tratti di quell’uomo dalla figura minuta, che non definirei semplicemente un mite, né un burocrate in crisi di coscienza, bensì persona dotata di un’olimpica, serena saggezza. Connotazioni che mi erano sembrate emergere con efficacia dalla pagina, ma che forse la riduzione drammaturgia non ha saputo rendere appieno.

Ma allo spettatore, per necessità estraneo a questo confronto, arriva il risultato di un lavoro di raffinata qualità teatrale che, anche per le domande che rivolge alla coscienza, rappresenta un’operazione artistica ed etica di alto profilo.

Tanto più importante e preziosa in una stagione nella quale l’impegno della società civile, soffocato dal gossip, dall’invasività dei tweet, dall’ossessione della fake news, su certi temi sembra essere meno vitale.

 

Claudio Facchinelli