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Se, dopo il Viaggio in Italia di Guido Piovene, ha ancora un senso parlare di “narrativa di viaggio” e non di semplice réportage, allora bisogna di corsa inserire Riccardo Finelli come i massimi esponenti del genere. I suoi viaggi su e giù per la Penisola, raccontati in altrettanti libri da prospettive sempre uguali e diverse, sono deliziosi atti d’amore per la nostra storia, per la nostra gente. Che parli dei percorsi garibaldini, con dolente e sferzante ironia, o dei comuni più piccoli, delle isole o delle ferrovie dismesse, Finelli ha ormai uno stile riconoscibilissimo, che fa entrare il lettore tra le pieghe più nascoste d’Italia, facendogliela sembrare sempre la stanza accanto. “Appenninia” (Neo Edizioni) non sfugge alla regola, ed anzi la perfeziona, quasi la cristallizza. Un viaggio nella spina dorsale dell’Italia, quella più antica, quella più (apparentemente) malmessa. Dalla scontrosa Liguria alla desolata Calabria, Finelli da’ un passaggio al lettore sul suo leggero motorino, e gli mostra una terra in secolare disfacimento, di paesi che alzano bandiera bianca, attaccati come telline a tradizioni ormai posticce, a sciovinismi fuori tempo massimo. L’Europa è altrove, ma solo ad una lettura superficiale. E’ qui, infatti, e l’autore modenese lo sa bene, che sta nascendo un laboratorio umano e culturale che darà esiti insospettabili. La scrittura corre veloce e saporita, autoironica ma anche indignata, specie di fronte a certi lassismi meridionali, per non parlare della criminalità organizzata, che nell’ultimo tratto del viaggio Finelli benissimo descrive con le vacche sacre delle ‘ndrine nei boschi d’Aspromonte. Immagine bellissima, come tante altre. Come gli incontri, o i mancati incontri (con Franco Arminio sarebbero state belle scintille, se lo scrittore irpino fosse stato a casa quel giorno), come le piogge e il caldo e il primo freddo dell’autunno, così ben descritto che lo si sente addosso, anzi dentro. Bella è l’Italia sfrattata dalle cartoline. Andiamola a leggere.

                                                                                                                                                                                                                     Antonio Mocciola