Al Museo Bandini di Fiesole, la visita alla collezione di opere del canonico fiorentino è uno spettacolo itinerante.

Difficile, se non si è storici dell’arte o studiosi della Firenze settecentesca, inquadrare Angelo Maria Bandini. Ai molti incuriositi verrebbe da digitare il nome su Google e leggere la prima voce che offre Wikipedia. Leggereste che è stato prima di tutto un «religioso, bibliotecario e collezionista d’arte italiano, oltre che canonico, erudito e bibliofilo» fiesolano. Ma se fosse proprio il Bandini “in persona” a tornare per raccontarci la sua storia? Impossibile? Forse no, quando un regista e un attore decidono di ripercorrere le tappe di una vita neanche troppo esemplare ma alla quale è importante restituire memoria attraverso la costruzione, intorno a lui, di una vera e propria drammaturgia. È proprio a Fiesole infatti che “Angelo Maria Bandini” torna, nel piccolo museo che oggi ospita la collezione di opere sacre raccolte e conservate per tutto l’arco della sua vita. Erik Haglund, di sobria raffinatezza, arriva nel museo quasi come un fantasma, o meglio, come l’uomo che ha passato qualche porta spaziotemporale e che ha permesso al vero personaggio di essere traghettato dal lontano XVIII secolo direttamente ai nostri tempi. Sentiamo inizialmente solo la sua voce, anzi, il suo canto, fino a che, uno scalino dopo l’altro, non ce lo troviamo davanti “in carne e ossa”. Eccolo il Bandini: giacca lunga oltre il ginocchio, aperta a mostrare il panciotto, bottoni pregiati, scarpette a punta e col fiocco, in verso stile alla Luigi (sommo sovrano da cui tutti cercavano di trarre ispirazione soprattutto in tema di stile).

Lo spettacolo è nato da un’idea di Marco di Costanzo ed è stato realizzato in occasione del centenario dell’apertura del piccolo Museo che si affaccia proprio sullo storico Teatro Romano. Per promuovere la conoscenza biografica e le opere che il canonico aveva raccolto in vita, è stato pensato un personaggio che accompagna i visitatori a scoprire le opere conservate in quel museo; al filo narrativo, quindi alla descrizione precisa e puntuale di un catalogatore esperto, si intrecciano i divertenti turbamenti di un uomo che scopre il mondo contemporaneo. Un po’ come lo scienziato Leopold che James Mangold, dall’Ottocento, catapultò nella New York del nuovo millennio anche l’Haglund-Bandini resta «maravigliato» dei progressi ai quali la società è giunta. L’intellettuale che ottenne l’incarico di direttore sia della Marucelliana che della Laurenziana, ci invita a guardare la sua collezione nonostante cerchi dal pubblico quasi le spiegazioni su ciò che la sua Fiesole è diventata. Descrive attentamente l’ordine, accurato, attraverso il quale certe opere potevano  e possono ancora oggi essere ammirate, il piacere di toccare i materiali, talvolta anche grezzi, il gusto nel percepirne consistenza ed essenza, descrive lo sforzo della ricerca non come una fatica ma come il piacere, forse più devozione, per la conoscenza e il sapere.

Il Bandini accompagna lo spettatore nella visita e intende spesso rivolgersi a lui come se davvero tutti fossimo parte dello stesso tempo e della stessa realtà. E come in un’autentica conversazione più che un semplice monologo, di tanto in tanto il discorso sembra cambiare rotta; si pensi all’effetto che farebbe essere risvegliati in un’epoca diversa da quella in cui viviamo, a quanto resteremmo stupiti davanti anche agli aspetti più quotidiani della vita. Anche noi, forse, guardando le cose con gli occhi che appartengono al nostro tempo non saremmo colti da semplice stupore, ma vero e proprio turbamento. Ed è così, infatti, che il Bandini del 2017 si domanda dove sono i finiti i cavalli per trainare quegli enormi mezzi arancioni «con la scritta 7, Fiesole» che trasportano le persone  o che piacere si prova ad andare in un luogo che conserva l’arte se «le opere di tutti gli artisti di ogne epoca semplicemente vergandone a sfioro il nome su una sottile tavoletta elettronica?». Lo strano, bizzarro e spesso anche buffo “spaesamento” di un uomo colto ed educato all’arte, diventano in realtà lo spunto di riflessione anche per comprendere la direzione verso la quale stiamo andando oggi, “risucchiati” dal vortice degli enormi progressi tecnologici. È vero, strumenti come la rete, i computer o quello che il Bandini chiama l’«ipade», permettono di accedere a un gran numero di contenuti; questo però ci rende meno interessati e più asettici, meno affascinati e più distratti. 

Considerevole riguardo anche all’uso del linguaggio: parlare di aspetti legati a un altro tempo ma usando un lessico settecentesco è forse anche più difficile della stessa ricostruzione storica. Molto bravo, l’attore, nel condurre il monologo, molto bravo il regista nell’elaborazione di un testo che seppur lontanissimo da noi, riusciamo a comprendere perfettamente. Un bel modo, questo, per visitare un museo. Un’esperienza che abbatte i confini in cui le arti sono circoscritte: pittura, raffigurazioni, teatro, storia possono condensarsi in un unico momento senza che una prevalga sulle altre. La tecnologia, poi, per molti versi ci ha permesso di arrivare dove non avremmo mai immaginato, ma con quel capo chino a uno schermo, quasi nella forma di un’obbedienza a una volontà superiore, viene meno lo stupore, la meraviglia, il senso stesso di osservazione.

Basta la curiosità a spingerci a digitare sulla tastiera ciò che stiamo cercando, ciò di cui vogliamo avere informazioni: non è vero che abbiamo fatto esattamente questo per capire chi fosse questo “sconosciuto” intellettuale fiorentino?

Fiesole – MUSEO BANDINI, 15 ottobre 2017

Laura Sciortino

ANGELO MARIA BANDINI – di: Marco Di Costanzo; con: Erik Haglund.