La storia del poeta francese Andrea Chénier, ghigliottinato durante la Rivoluzione francese, in scena al Teatro Verdi di Pisa.

quadro3-bologna-froliDopo un’assenza di trentasette anni “Andrea Chénier” fa il suo rientro nella programmazione del Teatro Verdi di Pisa grazie a una nuova produzione con la regia di Carlo Antonio De Lucia. Ad accoglierlo un teatro praticamente esaurito e un pubblico ansioso di rivedere un’opera che, spesso maltrattata dalla critica, è generalmente apprezzata dagli spettatori. Così è stato anche questa volta, pur con qualche riserva per la direzione del maestro Elio Orciuolo.

D’altra parte, Umberto Giordano non è sicuramente tra i compositori più eseguiti e conosciuti dalle platee operistiche e i suoi melodrammi non sono certo dei capolavori assoluti, ma la diffidenza nei suoi confronti non è per questo giustificata. Troppo spesso ha gravato su di lui il giudizio negativo espresso da buona parte della storiografia musicale nei confronti della cosiddetta ‘Giovine scuola italiana’. Eppure lo “Chénier” è ben lontano da quelli che erano i canoni veristi: un autore imparziale osservatore della realtà, uno stile espressivo basato sullo sfogo sentimentale e sull’eccesso, una vocalità caratterizzata da continui sbalzi e una ricca orchestrazione. Al contrario. Dietro alla storia del poeta francese giustiziato a 31 anni durante la Rivoluzione, emerge in maniera quasi prepotente il pensiero del compositore che cercò, attraverso la sua musica, di dare voce alla sensibilità della nuova borghesia italiana. Anche il libretto di Illica è tutt’altro che un inno alla rivoluzione e non vi si trovano intenti patriottici e politici, ma solo delusione per la caduta degli ideali. Inoltre, sebbene l’opera sia stata composta in un momento delicato della vita politica e sociale italiana – andò in scena per la prima volta al Teatro alla Scala nel 1896 – si ha la netta sensazione che la situazione politica dipinta nell’“Andrea Chénier” sia solo un pretesto per raccontare una storia d’amore a tutto campo, intrisa di romanticismo anche nel senso della rinuncia agli aspetti più materiali del sentimento.

quadro2-froli-giuliacciNon dispiace dunque avere l’occasione per assistere alla messinscena del melodramma di Giordano. Lo spettacolo, che ha puntato tutto sulla tradizione, è risultato piacevole anche se privo di particolari idee registiche. Le scene e i costumi, di Alessandra Polimeno, hanno ricreato, con il minimo indispensabile degli oggetti di scena, il clima tardosettecentesco della Rivoluzione Francese e del suo Terrore, come dettagliatamente richiesto dal libretto di Illica. A valorizzare il tutto l’efficace disegno luci di Enrico Basoccu che ha contribuito in maniera determinante alla resa degli ambienti e a sottolineare, anche visivamente, i contrasti rappresentati nel dramma. Non convince l’effetto finale della ghigliottina sullo sfondo, che incombe sui due amanti come un oggetto di morte, ma che grazie all’illuminazione, vuole apparire come una porta verso una pace utopica, verso quell’«Amor! Amor! Infinito!» acclamato a gran voce da Andrea e Maddalena.

Come già accennato, è stata poco apprezzabile la direzione del maestro Elio Orciuolo (e non sono mancati i fischi alla fine della rappresentazione). Se la sua bacchetta è riuscita a gestire bene l’equilibrio tra buca e palcoscenico, la sua lettura dell’opera è risultata priva di fantasia, lenta e senza emozione. Durante il quadro iniziale anche il livello vocale del cast è apparso carente e al termine del primo intervallo il direttore artistico del teatro, Marcello Lippi, ha annunciato che il basso Juan José Navarro, vittima di un incidente durante le prove, non era in grado di proseguire la recita. Con un gesto di grande coraggio e professionalità Alessandro Calamai, presente in sala per assistere allo “Chénier”, si è dichiarato pronto a sostituire il collega nel doppio ruolo di Mathieus e del Maestro di casa. A lui i nostri complimenti perché, pur non avendo fatto prove, è risultato a suo agio sul palcoscenico.

quadro1-da-sx janelidze-vocaturo-froli-sepeRicominciato lo spettacolo con qualche minuto di ritardo, Piero Giuliacci ha finalmente dimostrato le sue notevoli doti vocali interpretando un Andrea Chénier robusto e ammirevole dal punto di vista esecutivo e interpretativo. Nel IV atto ha definitivamente conquistato la platea che ha richiesto a gran voce il bis di “Come un bel dì di maggio”, prontamente concesso dal tenore. Al suo fianco Silvana Froli è stata una Maddalena tenera e struggente, che, dopo un inizio stentato, non ha avuto difficoltà a farsi apprezzare. Di buon livello anche tutti i comprimari, a partire dalla bellissima Valeria Sepe, che, con la sua voce cristallina, si è mostrata sicura nel personaggio di Bersi e pronta ad assumere ruoli di ben altro spessore. Ma la star della serata è stato Sergio Bologna. Il personaggio di Gérard è sì l’elemento di disturbo e causa della tragedia, ma in lui la netta distinzione tra il bene e il male, tipica dell’opera romantica, viene meno. La sua umanità è talmente ‘vera’ da non renderlo mai antipatico. E il baritono carrarese è riuscito a restituire tutte le sfumature interpretative e vocali richieste dal difficile ruolo.

Durante gli applausi finali i cantanti hanno espresso il loro personale ringraziamento al pubblico in sala perché il calore che sempre dimostra è un conforto e un sostegno, una spinta ad andare avanti in un momento tanto difficile per l’arte.

PISA – Teatro Verdi, 9 marzo 2014

Lorena Vallieri

 

Andrea Chénier dramma storico in quattro quadri, libretto di Luigi Illica, musica di Umberto Giordano. Direttore: Elio Orciuolo; regia: Carlo Antonio De Lucia; assistente alla regia: Rosangela Giurgola; scene e costumi: Alessandra Polimeno; luci: Enrico Basoccu; maestro del coro: Marco Bargagna.

Interpreti. Andrea Chénier: Piero Giuliacci; Carlo Gérard: Sergio Bologna; Maddalena di Coigny: Silvana Froli; Bersi: Valeria Sepe; La contessa di Coigny: Sofia Janelidze; Roucher: Valerio Torcigliani; Mathieus detto Populos/Il Maestro di casa: Juan José Navarro; Madelon: Tamta Tarieli; Un incredibile/Abate: Nicola Vocaturo; Pietro Fléville/Fouquier Tinville: Gianluca Tumino; Schmidt/Dumas: Eugenij Gunko; orchestra Arché; Coro Ars Lyrica; danzatori della Imperfect Dancers Company; coreografie Walter Matteini.

Photocredit: Massimo D’Amato.