Netflix sempre più fantascientifica con l’arrivo sulla piattaforma, dopo il successo di Black Mirror, della nuova serie Altered Carbon, tratta dall’omonimo romanzo cyberpunk di Richard Morgan, conosciuto in Italia anche con il titolo di Bad City.

A firmare questo nuovo esordio in casa Netflix è Laeta Kalogridis, produttrice di lunga esperienza nel genere che ha seguito, tra gli altri, dei cult come Avatar e Terminator Genisys.

L’universo che ci racconta stavolta Kalogridis è la San Francisco dell’anno 2.384, una megalopoli abitata non solo da terrestri, ma da popolazioni provenienti dalle più disparate regioni dell’universo. Qui, tra tecnologie super avanzate e intelligenze artificiali quasi umane, seguiamo le avventure di Takeshi Kovacs, un ex membro delle unità speciali dal passato controverso, che viene risvegliato dopo un ‘sonno’ di oltre 250 anni. Il problema è che il corpo in cui si ritrova non è più il suo.

Nella società immaginata da Altered Carbon, infatti, lo sviluppo della ricerca ha permesso di superare la morte conservando la coscienza in pile corticali che possono essere spostate da un corpo all’altro.

Tutto bene, quindi, in questa società senza morte? Non proprio, visto che nel futuro di Altered Carbon sono aumentate le disparità economiche e sociali, rendendo del tutto impari l’accesso alle ‘custodie’ corporali.

Da un lato le classi indigenti che non possono scegliere il corpo in cui risvegliarsi e devono accontentarsi di quelli ‘liberi’ al momento, dall’altro i pochi abbienti che hanno a disposizione le custodie migliori. A un livello ancora superiore, i Mat (i Matusalemme, appunto) che possono clonare il proprio corpo a piacimento e salvare un backup periodico della propria coscienza. Con il risultato dell’immortalità totale.

È proprio uno di loro, Laurens Bancroft, a risvegliare Kovacs dal suo sonno bicentenario scegliendo per lui il corpo di un ex poliziotto iper fisicato e con una evidente dipendenza da nicotina. Il risveglio, però, prevede una contropartita: a Kovacs il Mat chiede di indagare sulla sua recente morte e di ricostruire quanto avvenuto dopo il suo ultimo backup.

Il corpo in questione è quello dell’attore svedese Joel Kinnaman, già Robocop nel remake del 2014 di José Padilha, affiancato da una convincente Martha Higareda, nei panni dell’agente di polizia Kristin Ortega che lo sosterrà nel suo percorso investigativo.

Da queste premesse prende avvio un racconto di grande potenza visiva che rievoca subito alla mente le atmosfere di film cult come Blade Runner e Matrix e capace di fondere in modo efficace elementi stilistici e narrativi di generi diversi, dal poliziesco all’action, dal noir al cyberpunk.

Ma è sugli aspetti più ‘filosofici’ che la serie mostra qualche fragilità, ad esempio nel modo in cui viene affrontato il tema della coscienza. Quella immaginata da Altered Carbon, infatti, è una identità senza corpo che risiede (quasi) esclusivamente nelle esperienze mentali (informazioni, ricordi, emozioni) dell’individuo e che può essere conservata e trasportata al di fuori della base materiale in cui quelle esperienze si sono formate.

Il passaggio da una custodia all’altra può essere straniante per alcuni soggetti: è il caso, per esempio, di una bambina che dopo la morte riceve il corpo di una donna anziana – evidentemente l’unico disponibile al momento. Ma ambientarsi nel nuovo guscio sembra comunque essere possibile senza troppe ricadute psicologiche.

L’accoglienza da parte del pubblico e della critica già in queste prime settimane dalla release su Netflix è molto positiva e in tanti si chiedono se l’epopea di Kovacs continuerà in una seconda stagione.

Per ora non ci sono conferme ufficiali, non essendo stata annunciata la produzione di una prosecuzione, ma il finale aperto della prima stagione e alcune indiscrezioni della produttrice farebbero ben sperare.

Non ci resta che aspettare e scoprire gli sviluppi di questo futuro immortale…

 

Vincenzo Vasco

Photo Credits: imdb.com