
Debutterà la prossima primavera “Bandiere bianche”, il monologo breve di Antonio Mocciola che ha per protagonista Walter Maria Lancellotti, in scena completamente nudo per “indossare” i panni di Bruno Misefari, l’anarchico calabrese morto 90 anni fa e autore di un memorabile “Diario di un disertore”. Abbiamo intervistato il giovane attore, durante le prove dello spettacolo.
“Bandiere bianche” è un testo scritto e diretto da Antonio Mocciola, ma che ti vede da solo in scena. E’ la prima volta che affronti un monologo? Di cosa si tratta?
Bandiere Bianche è un bellissimo monologo tratto da Diario di un disertore di Bruno Misefari, che narra con rara intensità la storia di Furio Sbarnemi — alter ego dell’autore —, un anarchico calabrese che decide di disertare schierandosi apertamente contro la guerra. Viene pertanto arrestato e poi mandato al fronte a combattere senz’armi, dunque a “morire per la patria”.
Senza voler anticipare troppo, il monologo vede Furio/Bruno direttamente in trincea, completamente nudo, senz’armi né vestiti, mentre racconta la sua storia, quella dell’Italia della Prima guerra mondiale e del suo paese natale, Palizzi, mescolandola con sogni, evocazioni e speranze. Piccolo spoiler: ci saranno anche alcuni brani degli anni ’10, i Canti dei Disertori, purtroppo ancora poco conosciuti.
Non è la prima volta che affronto un monologo, ma è la primissima volta che sono l’unico attore in scena e con un testo così lungo (ride). Tutto dipenderà da me: sono molto orgoglioso di poter portare in teatro un progetto così importante e una storia così impattante, anche se non nascondo un po’ di sana tensione ed emozione. Voglio rendere giustizia al personaggio, al testo e al messaggio che vi sta dietro; ci tengo moltissimo.
E’ più difficile o relativamente più semplice portare in scena un personaggio realmente esistito, in questo caso Bruno Misefari? Ti è capitato già altre volte?
Sicuramente, avere un modello reale rappresenta una sfida ulteriore, perché richiede di restituire al pubblico alcune caratteristiche dell’originale; d’altro canto, avere materiale di riferimento può aiutare molto nella costruzione del personaggio.
Penso che il segreto stia nell’equilibrio: trovare una chiave di lettura personale, magari partendo da piccoli elementi — gesti, tono di voce, tic, movimenti, emozioni — e farli propri, senza scadere nell’imitazione o nella caricatura.
C’è una citazione molto forte di Misefari che trovo ancora estremamente attuale: “L’esistenza del militarismo è la dimostrazione migliore del grado di ignoranza, di servile sottomissione, di crudeltà, di barbarie a cui è arrivata la società umana. Quando della gente può fare l’apoteosi del militarismo e della guerra senza che la collera popolare si rovesci su di essa, si può affermare con certezza assoluta che la società è sull’orlo della decadenza e perciò sulla soglia della barbarie, o è una accolita di belve in veste umana”. Credo che queste parole, per quanto crude e schiette, rappresentino ancora oggi uno specchio inquietante di ciò che siamo e, soprattutto, di ciò che non abbiamo ancora imparato.
C’è poi un’altra frase di Misefari che mi ha colpito immediatamente, e nella quale mi riconosco profondamente: “Un poeta o uno scrittore, che non abbia per scopo la ribellione, che lavori per conservare lo status quo della società, non è un artista: è un morto che parla in poesia o in prosa. L’arte deve rinnovare la vita e i popoli, perciò deve essere eminentemente rivoluzionaria”. Nel mio piccolo, portare questo monologo in teatro significa proprio questo: ribellarsi alla violenza, alla guerra, alla morte… battaglie che, peraltro, ho sempre sentito fortemente mie. Significa fare memoria in modo attivo e necessario, perché, visti i risultati, ricordare e basta, purtroppo, non basta, soprattutto oggi.
Sarà molto difficil. Non nascondo un po’ di ansia e timore, dovuti soprattutto alla complessità e alla densità semantica di un testo del genere: come dicevo prima, voglio potergli rendere giustizia. Tuttavia, queste paure nascondono anche una carica incredibile: non vedo l’ora di andare in scena, raccontare questa storia e scoprire le reazioni della gente.
In realtà, mi preoccupa di più il dover recitare da solo per tutto il tempo, perché è una cosa che non ho mai fatto. Sento, però, che è il momento giusto per un passo del genere, che sicuramente mi aiuterà a crescere e a maturare artisticamente. Insomma, sarà un’esperienza pazzesca sotto ogni punto di vista.
Il fatto di essere completamente nudo, con il pubblico così vicino, invece, penso possa aiutarmi. Sono quel tipo di attore che ha bisogno di stabilire un contatto con chi guarda: mi piace sentire, osservare e percepire gli spettatori, così come lavorare per catturarli e immergerli nella scena. Uno spazio così intimo non potrà che darmi una mano in un monologo toccante e profondo come questo. Dovrò, dunque, essere in grado di ascoltare e farmi ascoltare: in un’epoca come la nostra, in cui tutto va sempre di fretta, fermarsi a vivere a pieno un momento può essere un modo per restituire spessore ai rapporti umani. E l’ascolto non si fa solo attraverso le parole, ma anche e specialmente col linguaggio del corpo, sfruttando tutto ciò che si ha a disposizione nella nudità (gesti, respiri, sguardi), senza orpelli o altri ausili: solo voce, corpo e anima.
Una domanda che può essere utile agli attori che si stanno approcciando ora al mestiere: Che tipo di lavoro tecnico e psicologico hai fatto o stai facendo per superare l’eventuale imbarazzo di un’esperienza del genere? Che rapporto hai col tuo corpo?
Mmh… domanda molto difficile. Secondo me è una questione delicata, perché la chiave sta proprio nel rapporto che ognuno intrattiene con il proprio corpo. Io ho la fortuna di non essere particolarmente pudico, ma ciò che mi aiuta di più è pensare al corpo come lo strumento principale dell’attore: qualcosa di malleabile, al servizio del regista, del testo e del pubblico. Un’immagine che mi piace usare è quella del corpo come un foglio bianco, da riempire di volta in volta di scritte e colori, a seconda delle necessità e del contesto.
A livello tecnico, sto lavorando molto sulla presenza, sul respiro e sull’ascolto del corpo. Quando sei nudo e da solo in scena, ogni tensione diventa immediatamente percepibile: occorre esserne consapevoli e saperla trasformare in strumento al servizio del personaggio e della scena. Sul piano psicologico, penso che lo shock iniziale legato al nudo duri poco… dopo circa trenta secondi emerge la performance e ci si abitua. In realtà, credo che il nudo possa mettere più a disagio lo spettatore che l’attore, perché funziona un po’ come uno specchio sulle proprie fragilità: io mi mostro così come sono, con trasparenza… e tu come reagisci? Può essere un ottimo spunto di riflessione anche per chi guarda. Un’altra cosa fondamentale che può aiutare chi sta approcciando al mestiere, invece, è poter lavorare con persone che ti fanno sentire a tuo agio, e soprattutto performare in ambienti protetti, dove per esempio non si possono usare cellulari.
In generale, il rapporto col mio corpo è un po’ turbolento, lunatico e agrodolce… diciamo che va a periodi. Resta però il mio strumento espressivo primario, e questa esperienza sarà un’occasione per farci ancora più amicizia.
Checché se ne dica, uno spettacolo di nudo integrale (di cui Antonio Mocciola è uno dei capostipiti, ottenendo numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero) non lascia mai indifferenti: prima di approcciarti a questo tipo di allestimento, hai avuto perplessità? Da pubblico hai visto mai esperimenti del genere, e avresti mai pensato di esserne un giorno protagonista?
Non nego di aver avuto qualche esitazione iniziale, ma da persona curiosa sento sempre un forte desiderio di provare e sperimentare cose nuove. Sono convinto che, sul piano attoriale, lavorare a uno spettacolo del genere possa rappresentare un’esperienza formativa incredibile, capace di farmi crescere sia emotivamente che artisticamente.
Da pubblico, prima di spiare qualche lavoro di Antonio, avevo visto spettacoli di questo tipo solo in Spagna, a Madrid. La cosa importante, secondo me, è che il nudo sia sempre giustificato da esigenze artistiche o diegetiche: se diventa gratuito, perde forza e consistenza, rischiando un effetto opposto.
Sinceramente, non avevo mai davvero pensato di poter esserne un giorno protagonista, ma sono un ragazzo innamorato follemente del mio mestiere, e so bene che questo può portarmi in situazioni “scomode” o fuori dalla mia zona di comfort, perciò ho accolto con entusiasmo questa nuova dimensione. Io stesso sono molto curioso di scoprire che tipo di sensazioni mi regalerà salire sul palco vestito solo della mia voce, ma questo potrò raccontarvelo solo dopo la prima.
Secondo te in Italia ci sono ancora problemi di bigottismo per quanto riguarda il nudo nell’arte? Noti differenze di accettazione del nudo maschile rispetto al femminile?
Purtroppo, in Italia esistono ancora troppi tabù, e non mi riferisco solo al nudo o all’arte. Per fortuna, col passare degli anni, il pubblico italiano sta diventando sempre più aperto, curioso e incline alle sperimentazioni artistiche, nonostante permangano alcune resistenze culturali legate a ragioni storiche e sociali, talvolta difficili da comprendere… Senza voler fare polemica, nel mio piccolo, spero di poter contribuire al processo di naturale normalizzazione del corpo umano nudo quando è al servizio di una performance artistica, soprattutto nel 2026.
Per quanto riguarda le differenze di genere, credo che il problema vada risolto a monte, perché viviamo ancora in un Paese in cui occorre lottare per una reale parità fra uomo e donna a 360 gradi. A mio avviso, la nudità rende potenti e vulnerabili allo stesso tempo. Tuttavia, mentre l’immagine di un corpo femminile nudo è socialmente più accettata, perché nella donna la vulnerabilità corrisponde a uno stereotipo culturale quasi atavico, ho la sensazione che il corpo maschile nudo si scontri con alcuni pregiudizi profondi e radicati, legati alla virilità, al controllo e all’idea di forza. Proprio per questo, portare in scena la bellezza della diversità, della vulnerabilità e della fragilità, valori incarnati da un disertore punito, nudo e senz’armi, può diventare un gesto significativo e, in qualche modo, uno schiaffo al bigottismo.
Il tuo percorso di attore com’è nato? Quali sono i prossimi progetti e le aspettative che nutri sulla tua carriera?
Domanda difficilissima. Mi sono avvicinato per la prima volta alla recitazione alle elementari: con la mia classe partecipammo a un concorso regionale con uno spettacolo che portammo in giro per la regione. Da piccolo, poi, ho iniziato a coltivare anche la passione per la danza e per il canto. Durante l’adolescenza, invece, ho messo un po’ da parte l’amore per l’arte per una serie di motivi personali e contestuali, ma dentro di me non l’ho mai davvero abbandonato. Dopo essermi laureato in Lingue, nel 2021 ho deciso di rischiare tutto, abbandonando una strada più sicura per dedicarmi sistematicamente alla recitazione: un salto nel vuoto.
Ho cominciato quindi a frequentare un’accademia per un anno, poi vari corsi, workshop e masterclass. Col tempo sono arrivate le prime esperienze a teatro e i primi cortometraggi: mi sono fatto le ossa. Sono state tutte tappe fondamentali per capire come funziona questo ambiente. Ci sarebbero davvero tante cose da raccontare: è un mondo difficile, in cui servono un amore sconfinato per il mestiere, disciplina, perseveranza, spalle larghe, fantasia e anche tanta fortuna.
Oltre a Bandiere bianche, al momento ho in cantiere la quarta edizione di Hotel Dante, a fine marzo a Roma, format teatrale interattivo di Roberto D’Alessandro; Sogno di una notte, ad aprile a Ostia, una versione personale del testo shakespeariano con una compagnia di amici; e Quindici metri quadri, a metà maggio a Roma, spettacolo prodotto da Alessandra Modica e diretto da Stefano Colucci, che abbiamo già messo in scena a fine febbraio.
Per quanto riguarda le aspettative, è complesso rispondere, perché questo è un lavoro fatto di alti e bassi, di periodi strapieni e momenti vuoti. In generale, al momento mi piacerebbe lavorare in qualche progetto cinematografico o televisivo, dato che nell’ultimo periodo mi sono dedicato soprattutto al teatro. Il mio sogno è riuscire davvero a costruire una carriera solida e a poter vivere solo di questo mestiere: è davvero la cosa più importante per me. Mi piacerebbe che si comprendesse che l’arte non è un passatempo, ma un lavoro vero e proprio, che richiede tempo, sangue e sudore. Purtroppo, troppo spesso il valore di ciò che facciamo viene misurato solo in base alla fama e al successo, mentre tutto il resto viene considerato uno svago.
C’è qualcuno a cui devi dire grazie?
Scadrò nel banale, ma ci tengo innanzitutto a ringraziare Antonio Mocciola per avermi affidato questo meraviglioso progetto, e spero vivamente di renderlo orgoglioso. Voglio poi ringraziare la mia famiglia, che mi ha permesso e mi supporta tutt’ora nell’inseguire un sogno senza farmi mancare mai nulla, così come tutte le persone che, nel corso degli anni, hanno speso parole di conforto e incoraggiamento verso il percorso che ho deciso di intraprendere. Ringrazio infine anche me stesso: sono sempre ipercritico, per cui ogni tanto un po’ di amor proprio non guasta… Scherzi a parte, mi auguro che Bandiere bianche possa lasciare il segno nel pubblico, “fare rivoluzione”, nel suo piccolo, e, perché no, fungere da trampolino di lancio per la mia carriera futura.
Alessia Coppola

