E’ pronto a tornare in scena con “Adolf prima di Hitler”, nel ruolo del titolo. Proprio così. Il giovanissimo fuhrer era già reduce da un fallimento all’Accademia di Belle Arti, e un bagaglio di frustrazione non indifferente.

Tocca a questo minuto e talentuoso giovane puteolano la responsabilità di interpretare “il giovane Hitler che conobbi”, per citare l’autobiografia di August Kubizek, perdutamente innamorato di lui negli anni verdi della coabitazione in una stamberga viennese.

Ventisette anni, e idee chiarissime, persino severe: Vincenzo Coppola non è un ragazzo banale, ed è già un attore in grado di scegliere progetti precisi, rischiando il giusto: “A 13 anni, in una recita scolastica, narravo storie di guerra, da Kabul alla Siria. E forse non è un caso che ora interpreto il dittatore austriaco. Ancora oggi mi porto i segni di quel periodo formativo”.

Esperienze poche ma buone: “Ho amato fare “Scatti”, sotto la guida di Pippo Cangiano. Al Theatre de Poche l’attore è formato sia tecnicamente, sia nell’anima. I maestri Sergio Di Paola, Massimo De Matteo e Peppe Miale sono stati dei fari, per tanti di noi”.

E da allora, Vincenzo non si è più fermato: “Tutte le volte che sono su un palco sono a casa, il teatro dà all’attore un posto nel mondo. Ecco perché durante la pandemia abbiamo sentito un vuoto enorme”.

Intanto, arrivano altre esperienze, come quelle con Giovanni Meola, con cui tuttora collabora: “Frat’e sanghe” lo abbiamo portato a Casa della Musica, ma anche a Forcella, al teatro Annalisa Durante. Un’esperienza bellissima”.

Non nuovo a temi storici, come in “Ricino”, che lo ha portato fino al Filodrammatici di Milano per la regia di Pasquale Marrazzo, del personaggio di Hitler, affidato alla regia di Diego Sommaripa, Coppola rivela: “Era un uomo che seduceva per la determinazione, la retorica, la forza della parola. Un fascino spiegabile nelle radici – e di questo parleremo nello spettacolo – non certo giustificabile negli esiti. Portarlo all’Elicantropo, dal 4 al 7 novembre, teatro che per noi rappresenta un tempio di arte e ricerca, è una gioia e una responsabilità”.

Idee chiare, si diceva: “Se un progetto non mi convince non lo sposo, a costo di sembrare antipatico. In realtà sono riservato e riflessivo, e non concedo mai l’autorità gratuitamente, quella si ottiene col rispetto”.

Puteolano doc, soffre per le condizioni scabrose in cui versa una città di ottantamila abitanti, senza spazi culturali degni: “Vorrei – annuncia con orgoglio – fare qualcosa di importante per la mia terra, che mi delude costantemente. Pozzuoli potrebbe essere un fulcro culturale di un’area vastissima, ma di fatto non lo è”.

E se i genitori seguono i suoi passi con comprensibile sgomento (“l’ombra del fallimento perseguita costantemente tutti i lavoratori dello spettacolo, e la pandemia ha acuito la dose”) lui non teme nulla, in nome di un lodevole coraggio artistico, che lo porta ad affrontare senza problemi un nudo integrale o un personaggio-mostro per eccellenza, in una chiave diversa, e quindi ancora più sinistra: “Devo comprendere ed emozionare, tutto qui – minimizza – l’importante è essere centrati, ed assolversi nel caso in cui, talvolta, si cade”.

Se si riconosce, di tanto in tanto, cali di concentrazione “per ragionare troppo”, ammette di essere “generoso, attento e premuroso” con i compagni di scena. E a tal proposito, confessa una sana ammirazione per il talento di Antimo Casertano: “La nostra terra pullula di talenti, non sempre messi in condizioni di emergere”.

Non sappiamo se, un giorno, Pozzuoli avrà un teatro degno della sua storia. Ma di certo, se sarà così, Vincenzo Coppola ne sarà tra gli artéfici. Tanta passione non può finire dispersa.

Antonio Mocciola