Uomo e natura, oggi ieri domani

 

Spesso per animare quel teatro delle meraviglie, quella perennemente mutevole wunderkammer di artista antropologo che è Cappella Orsini, Roberto Lucifero cuce e si cuce addosso eventi, performance, spettacoli, presentazioni, divertissement. E spesso alle sue mostre tematiche fa seguire corposi volumi da lui stesso scritti, compulsando e riorganizzando testi fonti e multiformi materiali iconici.

E’ il caso di questa moralité rinascimentale, da lui scritta ed in parte interpretata, che arieggia in minore le prime macchine festive teatrali che architettava Leonardo per i suoi nobili committenti. Del resto, come Leonardo, in piccolo, Lucifero fa tutto. Ideazione, testi, opere artistiche, ma anche realizza strutture e macchinerie, e in questo caso, le macchine sceniche.

Se dunque le sue sculture, che ha tratto dal suo infinito magazzino di artista per tratteggiare un percorso archetipico, sono in questo caso arcimbolderie boschive, così pure il testo che scrive come divertissement illustrativo ha come tematica il bosco, come archetipo degli archetipi, come fucina archetipica primordiale, terra primigenia dell’immaginarsi dell’uomo tra umano e divino, luogo del contatto col numinoso dentro e fuori di noi, e dunque con noi stessi.

Il nostro ha voluto montare un teatro del pensiero, e ha scritto un testo da recitare.

Naturalmente tuttavia il nostro non è un autore in tal senso, e se il pretesto serve per aprire pensiero e dibattito con gli astanti, l’operazione risulta imperfetta teatralmente, prevalendo la natura di didascalica illustrazione di idee alla natura dinamica e conflittuale che il teatro dovrebbe avere.

Si apre infatti e si conclude con lui che – in veste di professore – illustra una serie di idee, prima ad un aspirante protagonista di esperienza iniziatica (Elia, qui calorosamente interpretato da Joyce Conte), e poi al pubblico stesso, stimolato a prendere posizione sulla ‘famiglia del bosco’, prima di tornare ad una conclusione sempre didascalica. Le idee sono interessanti. Ma il tutto è decisamente statico e non teatrale.

Migliora tuttavia quando tocca ai veri attori, Joyce Conte appunto (Elia), l’iniziato, e Letizia Garaffa (la ninfa del bosco), e avviene il loro incontro. Allora il recitato comincia a vibrare dei timori e dei desideri dell’iniziato, in cui Conte è bravo a calarsi con smarrimento, e si anima poi nella danza rassicurante e seduttiva ad opera della ninfa. Il tutto comunque avviene nella cornice di una micro suggestiva scenografia cartonata (l’antro boschivo), opera di Lucifero, che si rivela dietro una velatura a progressiva scomparsa di tendaggi dall’alto. E suggestiva è anche la parte in alto, dove lo spettacolo è introdotto da un video per astrazioni, in parallelo alla voce off che snocciola protocolli di svuotamento da meditazione zen, e a seguire compare Lucifero che, come deus ex machina a vista, srotola tendaggi, e fa piover con un annaffiatoio.

Suggestivo anche il tappeto sonoro e musicale di Del Re, che accompagna l’esperienza.

Certo, Conte (Elia) fa il possibile per gestire l’emozione di chi – nel varcare la soglia tra il mondo e il bosco – oscilla tra il timore di perdersi e il desiderio di conoscersi. Manca tuttavia – perché manca nel testo – una vera evoluzione emotiva dell’esperienza, con i dovuti picchi anche tragici. Vi è solo il tremulo magico e danzato di una emozione quasi favolistica, da Sogno di una notte di mezza estate. Lo svuotamento interiore è delegato al video introduttivo, e il kierkegaardiano timore e tremore di fronte al numinoso è demandato al tono bonariamente conferenziero con cui Lucifero – scesi al piano inferiore – indicando una scultura che lo esemplifica, ci illustra il mito dell’eroe Milone, che per la sua hybris sfidante verso la natura e gli dei, viene avviluppato e inghiottito da una quercia nel cui tronco ferito dal fulmine aveva osato immergere la mano.

Sarebbe interessante invece riuscire a rendere teatrale questo terrore primigenio, di cui del resto in linea teorica Lucifero parla. Il bosco infatti è totale ambivalenza, e sede del sacro pre olimpico. Regno di Pan, dio della terra e del panico. E’ bosco sacro e selva oscura. Ti inghiotte e divora. Ma anche ti protegge e avvolge, e ti apre radure, dove la luce improvvisa nel buio si fa rivelazione del mistero che unisce umano e il divino, e dunque luogo di riti. Perché anche questo significa il mito di Milone (come quello di Dafne). Noi siamo arborei. Siamo natura, ramo radice. Lo siamo in noi. Ma è terribile viverlo. E’ terribile l’ascolto, nella radura, della voce dell’essere, di cui pure tanto ci parla Heidegger. Terribile è la metamorfosi, il sentirsi scomparire nella simbiosi.

Interessante dunque nel testo di Lucifero l’idea dei naturalia (reperti di natura, sassi, rami), che nella wunderkammer rimandano a questo richiamo a conoscersi.

La wunderkammer diventa allora una domanda, come la radura nel bosco, dove luce e silenzio chiamano ad un altrove che però è qui, in noi. Come nella radura della splendida poesia di Ungaretti,  L’isola (1925, poi in Sentimento del tempo, 1933)

 

A una proda ove sera era perenne / Di anziane selve assorte, scese, / E s’inoltrò / E lo richiamò rumore di penne / Ch’erasi sciolto dallo stridulo / Batticuore dell’acqua torrida, / E una larva (languiva / E rifioriva) vide; / Ritornato a salire vide // Ch’era una ninfa e dormiva / Ritta abbracciata ad un olmo. / In sé da simulacro a fiamma vera / Errando, giunse a un prato ove / L’ombra negli occhi s’addensava / Delle vergini come / Sera appiè degli ulivi; / Distillavano i rami / Una pioggia pigra di dardi, / Qua pecore s’erano appisolate / Sotto il liscio tepore, / Altre brucavano / La coltre luminosa; / Le mani del pastore erano un vetro / Levigato da fioca febbre.

 

Un richiamo importante comunque quello di Lucifero, al di là dell’esito teatrale.

Un invito a riconquistare quel legame profondo con la natura che – oggi obnubilato e devastato – pur giace in noi da ascoltare. Perché la natura è in noi e siamo noi.

Ieri oggi e domani. E tradirla è tradire l’umano. E l’umano del resto è il centro dell’attività di artista ed antropologo di Lucifero, oltre che della sua attività di tessitore di incontri e discorsi.

E quindi, questo suo bosco dei segreti? Un incontro che vale la pena di esperire.

Marco Buzzi Maresca

 

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I segreti del bosco

Con Joyce Conte e Letizia Garaffa

Scritto e interpretato da Roberto Lucifero

Luci, Giorgio Rossi

Tappeto sonoro a cura di Giammarco Del Re

Roma, Cappella Orsini, 8-9 aprile 2026

 

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