“Primo amore”, Beckett secondo Raimondi

La Sala Assoli – Moscato si è riempita di spettatori attenti ospitando dal 28 al 30 marzo la regia di Costantino Raimondi con l’assurdo di Samuel Beckett. In scena “Primo amore – Atto senza parole 1 e 2”.
“Primo amore” si presenta come un racconto atipico, in cui l’amore, la solitudine e la disillusione si intrecciano con una sensibilità spiazzante. Il protagonista (interpretato da Sergio Longobardi) attraversa la perdita del padre e fa del cimitero la sua nuova casa, finché un incontro fortuito con Lulù non sconvolge il suo “equilibrio”.
Attraverso uno stile simbolico e una narrazione che sfida le convenzioni del romanzo sentimentale, “Primo amore” interroga il significato stesso dei legami affettivi: cosa significa amare? E cosa importa davvero, se non il fatto che un urlo – di dolore, di gioia, di nascita – alla fine si spenga?
Si continua poi questo viaggio nella psiche umana più profonda attraverso “Atto senza parole 1” e “Atto senza parole 2”, immergendoci nelle atmosfere beckettiane dell’assurdo.
Nel primo Atto il linguaggio teatrale si nutre di ripetizioni impulsive dettate da un desiderio vitale, evidenziando l’infinito ciclo di insoddisfazione da cui il protagonista (interpretato da Costantino Raimondi) non riesce ad uscire nonostante gli sforzi più estremi.
Nel secondo Atto Raimondi viene raggiunto da Longobardi, dando inizio ad un ciclo di azioni meccaniche e apparentemente prive di senso. Il culmine della performance si raggiunge quando i personaggi si imbustano; segno di un mondo ideale che tenta disperatamente di preservarsi, nonostante sia giunto alla fine.
Raimondi, con la sua visione registica, amplifica il senso di alienazione e precarietà dell’esistenza di Beckett, offrendo una messa in scena densa di significati e modernità: grazie all’utilizzo preciso di colori accesi, agli oggetti che si muovono “da soli” con l’utilizzo di una tecnica marionettistica e ad una mimica che lega l’assurdo di Beckett all’apparente quiete contemporanea. Oltre allo studio del linguaggio diaframmatico utilizzato da Longobardi in “Primo amore” attraverso la frammentazione delle parole e dei pensieri.
A fine spettacolo tutto sembra essere messo in discussione, rimane un’unica certezza: all’amore, e all’assurdità dell’esistenza, non si comanda.
Antonella Formisano
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