Al Fenderico presenta “Show, don’t tell”

Abbiamo incontrato Al Fenderico, autore di un interessantissimo libro-manuale per aspiranti produttori, sceneggiatori e registi: “Show, don’t tell”

Il manuale che hai pubblicato è dettagliato e ricco di informazioni utilissime. Come ti è venuta l’idea?

 Ciao Antonio, prima di tutto grazie per l’intervista. Riguardo al libro, ti ringrazio di cuore per la considerazione. Essendo un artista formato tra recitazione, regia, sceneggiatura e produzone, ma prima di tutto una persona, so quanto sia difficile accedere a diverse realtà e risorse per nutrire tutte le curiosità che si hanno tutte insieme, e spesso tutte subito. Non avendo punti di riferimento chiari all’inizio, e senza guide precise, non è semplice approcciarsi a questo mestiere. Il libro nasce proprio da questo: più di 12 anni fa, quando ho iniziato questo bellissimo percorso, non sapevo nulla, nonostante avessi già una forte esposizione come pubblico al cinema e al teatro. Ero curioso di scoprire quanto più possibile su ciò che mi interessava del settore. Al di là del talento, che grazie allo studio e col tempo ho riconosciuto e affinato, ho capito che non si finisce mai di imparare.

Dopo essermi trasferito all’estero prima a Montréal, poi a Londra, ho continuato a frequentare diverse accademie di recitazione, scrittura cinematografica e teatrale, regia e produzione e aprendo la mia società di produzione a Londra. Successivamente, ho anche insegnato in varie scuole di cinema e teatro. Tutte queste esperienze mi hanno portato a riflettere: oltre a ciò che faccio sul campo, avrei potuto sfruttare le mie competenze anche in un libro, per aiutare chi ama questo mondo ad avvicinarsi al mestiere e a comprenderne meglio il funzionamento.

Spesso, quando si vede un set per strada, si rimane affascinati come davanti a un’opera d’arte ma non si immagina quanto lavoro ci sia dietro, quante persone e reparti contribuiscano a mettere in scena una produzione, sia essa cinematografica o teatrale.

Il libro, infatti, affronta tutto questo: dalla scrittura di una sceneggiatura alla sua produzione, passando per tutte le fasi fondamentali come sviluppo, pre-produzione, produzione, distribuzione e marketing senza tralasciare gli aspetti legali.
Ci tengo che il lettore abbia tutte le informazioni necessarie per capire non solo come si costruisce una produzione, ma anche quanta dedizione e sacrificio richieda, da parte di tutti.

 

 

 Tratti non solo il processo creativo, ma anche le fasi successive, come il grande problema della distribuzione, o dei finanziamenti. Ti è capitato di vedere ottimi prodotti artistici naufragare proprio per lacune produttive, o distributive?

 Assolutamente sì. Il problema principale di molti prodotti nasce a monte, dalla sceneggiatura. Quando è scritta male, priva di un character arc coerente, con un protagonista che finisce per diventare l’antagonista di sé stesso senza un vero senso, la sceneggiatura risulta invendibile né alle produzioni, né al pubblico.

Poi, al di là di questo, spesso accade che le produzioni “dettino legge” sulla scrittura della sceneggiatura, cioè sulla storia vera e propria. Ma il ruolo della produzione, in sé, dovrebbe essere quello di realizzare il progetto nel modo più efficiente possibile, rispettando il budget, gli investitori e, quindi, gli stessi investimenti. Credo che i ruoli di produttore e sceneggiatore debbano restare distinti, a meno che chi produce non abbia anche una formazione e competenza reale nella scrittura.

Il pubblico vuole evadere dalla propria realtà, ma anche empatizzare con i personaggi. Se questo non accade, il prodotto non funziona.

A questo si aggiunge un altro problema: l’inserimento nel cast o alla regia di persone prive di formazione o talento specifico nel cinema o nel teatro, scelte solo perché provengono dai social e hanno molti follower su Instagram o TikTok. Vengono utilizzate come vetrina “per fare pubblico”, tutto in nome del marketing. Ma c’è una differenza enorme tra girare un reel di pochi secondi pieno di tagli e lavorare su un vero set o in uno spettacolo teatrale dal vivo, con prove, tempi e un pubblico reale.

Credo che molti progetti artistici indipendenti, a causa della mancanza di budget da investire in tutti i reparti inclusi marketing e distribuzione non riescano a raggiungere un ROI (Return on Investment) proporzionato ai costi sostenuti. Tuttavia, riescono comunque a ottenere un buon successo di pubblico, grazie a prodotti validi e capaci di creare empatia. Questo genera una zona grigia: il valore esiste, ma non sempre viene riconosciuto o supportato economicamente.

Spero si possa tornare a un’epoca in cui le produzioni e i registi rischiavano davvero, puntando su progetti scritti in modo professionale e su reparti composti da persone qualificate. Solo così si può riportare il pubblico al cinema.

Oggi, credo che tra i pochi capaci di mantenere questo standard ci siano i Marvel Studios, la DC (ride) e lo dico da super nerd che legge i fumetti e alcune grandi major hollywoodiane. Anche il Regno Unito, dove mi sono formato e dove il 90% delle major investe e gira li, continua a produrre ottimi lungometraggi, ma anche spettacoli teatrali e musical di altissimo livello. Se avete modo di andare a Londra, guardateveli tutti: sono delle vere masterclass, soprattutto a livello produttivo.

Com’è stata la tua formazione, e a che punto sei nel tuo percorso professionale.

 Mi sono formato tra Italia, Canada/Stati Uniti e Inghilterra, specializzandomi in recitazione, scrittura cinematografica e teatrale (drammaturgia), regia e produzione, oltre che in pedagogia e marketing. A questa formazione si affianca un’esperienza lavorativa di oltre dieci anni tra teatro e cinema, che mi ha permesso di comprendere a fondo questo mestiere e mi ha insegnato il valore della curiosità e dell’imparare tutto il possibile, anche con poche risorse.

Essendo bilingue, una delle esperienze formative più grandi è l’insegnamento: ogni volta che insegno ho l’opportunità di mettermi in gioco e trasmettere agli studenti ciò che ho appreso nel corso degli anni. Allo stesso tempo, il confronto con loro mi aiuta a capire i loro gusti, le loro prospettive e anche in cosa posso migliorare io stesso.

Continuo costantemente a formarmi e a studiare, anche attraverso testi accademici, perché non si finisce mai di imparare. Tra aggiornamenti, tecnologie e nuove pubblicazioni, questo mestiere si rinnova continuamente e diventa sempre più stimolante.

Attualmente, nel mio percorso professionale, sono impegnato nella scrittura di nuovi progetti e nella produzione di altri. Inoltre, svolgo attività di consulenza per diverse produzioni, sia teatrali che cinematografiche — per lo più indipendenti — aiutandole a ottenere il massimo risultato.

 

 

 Che consiglio daresti a chi si approccia al mestiere di sceneggiatore?

 Spesso me la pongo anch’io, con il digitale, il panorama artistico cambia rapidamente siccome le opportunità di ieri sono scomparse o trasformate. Oggi basta uno smartphone per girare un film e pubblicarlo su YouTube, ma l’accessibilità non sempre garantisce la qualità di una macchina da presa professionale.

Il budget resta cruciale: senza fondi è difficile realizzare progetti, a meno che non si lavori con amici motivati e pronti a investire tempo senza guadagni immediati. Nel mio manuale spiego come trovare i finanziamenti necessari.

Studiare è fondamentale perchè bisogna approfondire ogni aspetto della disciplina scelta, dalla scrittura alla regia, fino al ruolo delle maestranze. Il talento da solo non basta senza preparazione, le opportunità non arrivano e soprattutto non ce le si può creare.

Ho sempre privilegiato l’originalità rispetto ai trend commerciali, pur riconoscendone l’importanza. Seguire una tendenza richiede equilibrio, senza mai perdere di vista l’obiettivo di emozionarsi ed emozionare.

In Italia, il digitale sta aprendo nuove strade ai giovani. Tuttavia, senza un marketing efficace anche il miglior film rischia di passare inosservato. Oggi saper promuovere il proprio lavoro è indispensabile quanto la creatività stessa.

 Chi sono, a tuo parere, i nomi più interessanti in questo momento?

 Bella domanda. Credo che ci siano molti nomi interessanti, anche tra gli indipendenti, che però purtroppo non hanno lo stesso seguito di pubblico. Quindi gli esempi sarebbero davvero tanti.

In generale, parlando dei più noti, ho un amore particolare per i classici: Spielberg in assoluto che mi ha ispirato a fare questo mestiere come anche Robin Williams, il lavoro di squadra tra Matt Damon e Ben Affleck (sia come sceneggiatori, attori che come registi), ovviamente Nolan, Scorsese, Bradley Cooper sia come attore, ma anche come produttore e regista, Ron Howard, Matthew McConaughey, Vin Diesel, Jesse Eisenberg con il quale ho avuto l’onore di confrontarmi, lo stesso come David Suchet che ho incontrato quando lavoravo in un teatro del West End, e molti altri.

Nell’ultimo anno, pochi lungometraggi internazionali mi hanno davvero emozionato come The Warrior – The Iron Claw diretto da Sean Durkin, tratto da una storia vera e per il quale genere ho un debole, perché ti danno la possibilità di imparare ancora di più dalla vita. Mi è piaciuto molto anche Challengers di Guadagnino, che ogni anno tira fuori una genialata diversa; The Fall Guy di David Leitch, che racconta il lavoro degli stuntman, spesso sottovalutati e poco accreditati nonostante la loro importanza sul set.

Poi c’è IF – Gli amici immaginari di John Krasinski: è il primo film che vedo diretto da lui, anche se so che lavora molto sull’horror/thriller, generi che non seguo molto poi dipende dal progetto, devo ammetterlo (ride). Joker: Folie à Deux di Todd Phillips, che rispetto al primo è molto più psicologico. Credo sia un film da studiare, anche per l’uso del musical, che ha un senso ben preciso, anche se purtroppo non è stato molto apprezzato dal pubblico e per finire Deadpool & Wolverine di Shawn Levy e Il gladiatore 2 di Ridley Scott.

Nel panorama italiano, adoro il lavoro di Marco D’Amore, che ho avuto il piacere di conoscere un paio di anni fa. Poi ci sono Pannofino, Favino, Salvatores, Sydney Sibilia, Salemme…e tanti altri. Credo che in tutta Italia ci sia puro talento, che però andrebbe davvero valorizzato. Sarebbe un peccato sprecare una cultura milionaria come la nostra, quella della settima arte e del teatro. Parliamoci chiaro: per oltre un secolo abbiamo dominato la scena. Negli ultimi anni, a parte qualche eccezione, il livello ha avuto le sue difficoltà. Forse oggi è arrivato il momento di un vero e proprio “remake” (ride).

Antonio Mocciola

Link del libro:

 

AL FENDERICO – https://linktr.ee/alfenderico

 

Instagram – https://instagram.com/alfendericofficial

 

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