Mario “Oiram” Poziello modello per “Addosso”
“Il mio corpo nudo vulnerabile e resistente”

 

Abbiamo intervistato Mario “Oiram” Poziello, che nel 2017 sposò una causa importante, accettando di posare completamente nudo davanti all’obiettivo di Carmine Miceli per un libro fotografico di Antonio Mocciola, “Addosso”, utile a rompere la cortina omofobica che circondava la discussione parlamentare attorno alle unioni civili. L’occasione é ghiotta per parlare anche del momento storico che stiamo vivendo a distanza di 8 anni da quel lavoro, e di cosa sta facendo adesso il “modello per un giorno”.

 

Come racconteresti a chi non ti conosce il tuo percorso professionale?

“Il mio percorso è sempre stato legato all’immagine e al suono, in forme diverse. Sono fotografo, lavoro nel cinema come operatore e montatore, e suono in una band che si chiama Area Fumatori, dove mi esprimo anche con il nome d’arte Oiram.

Negli ultimi anni mi sono immerso soprattutto nel mondo del documentario, dove ho trovato un modo diretto e profondo per raccontare storie reali — sia attraverso la camera, sia in fase di montaggio. Allo stesso tempo, la fotografia è rimasta la mia prima forma di linguaggio visivo, quella più istintiva.

La musica è l’altro lato del mio percorso: è più emotiva, più libera. Con Area Fumatori esploriamo suoni e testi che partono spesso da un’urgenza personale, ma che poi diventano qualcosa di condiviso.

Insomma, il mio lavoro ruota intorno al raccontare — con immagini, con suoni, con ritmo — e cerco sempre di tenere vivo un dialogo tra questi linguaggi.”

Sei fortemente radicato al territorio, Napoli? A che punto è la situazione in città dal punto di vista culturale? Essere napoletani é una marcia in più?

“Sì, sono molto legato a Napoli. Non solo perché ci vivo e ci lavoro, ma perché sento che è una città che mi ha formato — artisticamente e umanamente. È un posto pieno di contrasti, di energia, di storie che sembrano chiederti di essere raccontate.

Dal punto di vista culturale, c’è una fermentazione continua. Spesso dal basso, spesso in modo indipendente e autogestito, ma proprio per questo autentico. Ci sono collettivi, musicisti, registi, fotografi, realtà teatrali che stanno creando cose incredibili.

Essere napoletani è una marcia in più, sì, ma non per retorica: è che qui impari presto ad arrangiarti, a osservare, a sentire il ritmo delle cose. È una città che ti costringe a sviluppare uno sguardo personale. E quando lavori con le immagini o i suoni, quella sensibilità diventa una ricchezza enorme.”

C’è qualcosa del tuo percorso professionale che non rifaresti mai? E qualcosa che invece è stata, secondo te, poco compresa?


“Credo che ogni scelta, anche quelle sbagliate, alla fine ti porti dove sei. Però col senno di poi, forse non rifarei certi compromessi lavorativi accettati solo per necessità, in progetti dove non credevo davvero. Ti svuotano e ti allontanano un po’ da chi sei.Invece, qualcosa che è stato poco compreso — o comunque sottovalutato — è proprio il mio lavoro sull’equilibrio tra i vari linguaggi: fotografia, musica e video. Spesso chi mi conosce in uno di questi ambiti non coglie quanto siano connessi tra loro, almeno per me. C’è un pensiero comune dietro, un’estetica, un modo di ascoltare e di guardare che si riflette in tutto.Non è facile etichettare un percorso così ibrido, ma forse è proprio lì che si nasconde la parte più personale del mio lavoro.
Avrei voluto evitare certe perdite di tempo… ma purtroppo, anche quelle ti fanno crescere.”

La nostra associazione si occupa di naturismo, anche declinata in campo artistico. Hai posato nudo per un libro sull’omofobia, “Addosso”, in un periodo di forti contrasti per l’approvazione della Legge Cirinnà. Com’è stata l’esperienza? Hai provato imbarazzo? Che rapporto hai col tuo corpo?

“L’esperienza di Addosso è stata intensa, non solo perché si trattava di esporsi fisicamente, ma perché lo si faceva con un messaggio politico e umano molto forte. Eravamo nel pieno del dibattito sulla Legge Cirinnà, c’era un clima teso, e quel progetto voleva mettere letteralmente “addosso” alle persone le parole dell’odio che tanti vivono sulla propria pelle. Posare nudo, in quel contesto, era un atto di vulnerabilità ma anche di resistenza.

Imbarazzo? Sì, certo, un po’ c’è stato. Ma era secondario rispetto al significato. Quando il corpo diventa mezzo di espressione, e non oggetto da esporre, il pudore assume un’altra forma.

Il mio rapporto con il corpo è cambiato molto negli anni. Non è sempre stato semplice, ma oggi lo vivo con più libertà. Il corpo è qualcosa che ci portiamo dietro, che racconta, che cambia. E quando riesci a viverlo senza giudizio — tuo o altrui — diventa una forma di potere. Anche artistico.”

Pensi che in Italia, ancora oggi, ci sia un problema di accettazione del nudo, specie maschile?

“Sì, credo che in Italia ci sia ancora una certa difficoltà ad accettare il nudo, soprattutto quello maschile. Non tanto perché scandalizza, ma perché mette a disagio: siamo culturalmente abituati a vedere il corpo maschile rappresentato in modo o iper-virile o completamente desessualizzato. Il nudo maschile vero, vulnerabile, naturale… è ancora un tabù.

Il corpo femminile, purtroppo, è da sempre esposto, usato, giudicato — e in un certo senso, è diventato quasi ‘accettabile’ vederlo nudo, anche se spesso in modo stereotipato. Quello maschile invece resta qualcosa che si tende a nascondere, o a mostrare solo in certi contesti iperfiltrati.

Come artista, trovo che il nudo — quando è consapevole, rispettoso, pensato — sia uno strumento potentissimo. È una forma di linguaggio che può parlare di identità, di fragilità, di forza, senza bisogno di parole. E forse è proprio questo che fa paura: la verità che il corpo, spogliato da tutto, riesce a dire.”

Sam Valenti
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