Schizzi di cronache teatraliA quasi due anni dalla morte di Luca Ronconi, a seguito di pressanti richieste, il Piccolo ha riproposto ancora una volta, nella storica sala di via Rovello, Lehman Trilogy.
Ronconi aveva fatto in tempo ad assistere alla prima dello spettacolo, a raccogliere l’entusiasmo con cui il pubblico e la critica l’aveva accolto, ma se n’era andato poche settimane dopo.
È probabile che avesse la serena consapevolezza che quella sarebbe stata la sua ultima fatica.
Il teatro, si sa, scrive sulla sabbia, e fissare su un supporto tecnologico uno spettacolo non è sufficiente a restituirne l’essenza irripetibile. Rare e preziose sono quindi le occasioni in cui, scomparso il creatore, si può ancora avvicinare la creatura, nella sua originale integrità.
In Lehman Trilogy ritroviamo tanti segni della poetica e della personalità, non solo artistica, di Luca Ronconi: la scelta di lavorare con attori con i quali aveva stabilito una sperimentata sintonia, ma dare spazio anche a giovani, da poco usciti dalla sua scuola; la presenza, qui discreta ma sempre teatralmente fascinosa, dell’elemento meccanico, che si direbbe gli discendesse da un gusto rinascimentale, leonardesco, per le machinae; e anche la sfida di trasformare in teatro testi apparentemente irrapresentabili (per tutti, basta citare L’Orlando furioso e Gli ultimi giorni dell’umanità).
Ma proprio qui si scopre qualcosa di nuovo e inatteso. Nel lungo, paziente lavoro svolto a quattro mani, Ronconi e Massini – estensore di “un materiale polimorfo e poligrafo”, non specificamente mirato al palcoscenico – non si sonno limitati a sceneggiarlo, ma hanno inventano una drammaturgia particolare: i personaggi non si limitano a dialogare, ma parlano di sé in terza persona. Una forma altra, che non è semplice narrazione, e che indica vie nuove e suggestive di sperimentazione teatrale.
Un motivo in più di rimpianto per la scomparsa di un Maestro.

Claudio Facchinelli