La purezza del calcio
come antidoto al nero del mondo

Ci sono ancora oggi torme di bimbetti e preadolescenti che incanalano nel calcio tutte le
proprie ambizioni, riscatti, sogni di gloria e di benessere economico oltre misura. Sono
quasi sempre figli di genitori irrisolti e inappagati, vittime delle proiezioni parentali di
sconfitte sociali e miserie finanziarie capaci di drogare con illusioni e avvilimenti sicuri le
anime pure di chi potrebbe esprimersi in altri ambiti e vivere con qualche frustrazione in
meno. Poi ci sono i talenti puri (nel calcio come altrove), i “predestinati” che per
imperscrutabili voleri soprannaturali non possono fare altro che spendersi per il
compimento di una missione esistenziale già scritta, preordinata, destinata al successo e
agli annali dello sport.
Individuare tali eletti è facile perché il genio prorompe sempre e comunque, in fretta e
senza indugi, ma è il contesto odierno a intorbidire la limpidezza e la schiettezza dell’eroe
sportivo: nel mare magnum di tutto ciò che ha irrimediabilmente infettato l’agonismo, non è
facile cogliere quei germi preziosi di purezza e gratuità.
Problemi che non si pongono agli albori del calcio, azione di piede e di fiato che non
conosce altro se non la passione, la trasposizione sul campo in chiave di sana
competizione campanilistica di solidi valori amicali e rapporti sociali. Ai primi del
Novecento il calcio è dunque solo un magnifico melodramma, un canovaccio con poche
battute (regole) prefissate da riempire con tutto l’estro, il guizzo, i polmoni e l’inventiva dei
suoi sgangherati attori, pronti – però – a conquistare i cuori di un popolo assetato di novità
e autenticità. E di questa primordialità, attraverso l’intrecciarsi di storie personali sullo
sfondo degli eventi storici in una Genova povera e laboriosa, parla “Quell’ultima parata”,
interessante testo di Fabrizio Bancale che torna in scena dopo dieci anni di assenza. Il
gioco teatrale è una continua triangolazione tra un ragazzino colmo di passione (Giuseppe
Franchina è Mario Seghesio, detto Gheghe, portiere dell’Andrea Doria, antesignana
dell’attuale Sampdoria), la madre (Gaia Riposati) e Francesco (detto Franz) Calì, emigrato
siculo in Svizzera e poi calciatore fino ad arrivare ad essere il primo capitano della
Nazionale (interpretato da Urbano Lione). La scrittura è assai ben congegnata, i tre
protagonisti conducono lo spettatore con maestria e inappuntabile tecnica nei tanti
meandri che la storia sviluppa, rispettando il succedersi degli accadimenti sociali e la
crescita calcistica e umana del giovane Gheghe. Sullo sfondo, ma senza invadenza e con
buone soluzioni per lo più in videoproiezione, scorre il dramma della Prima guerra
mondiale fin poi all’avvento del Fascismo. Il privato si incontra e si scontra di continuo con
il pubblico, ma i sogni non si frantumano, la tenacia resiste agli insulti delle bombe e alla
torbida minaccia del regime, facendo del pallone il luogo in cui proteggersi e sperare,
riscattarsi e vivere, specie per un giovane che riesce a far del suo sport la propria
incrollabile ragione di vita. Gli attori sono affiatati e ben delineano i personaggi, ma un
tratto recitativo molto accademico, forse per preservare l’approccio filologico al periodo,
non li valorizza a dovere, irrigidendo un po’ la fluidità della vicenda che resta comunque
una grande lezione di storia e di vita come da tempo non se ne vedono più.

Francesco Giannotti

Spazio Diamante – Roma
13 febbraio – 16 febbraio 2025
“Quell’ultima parata – La verosimile storia di Mario Seghesio e del suo sogno” di Fabrizio
Bancale
regia Fabrizio Bancale
con Urbano Lione, Gaia Riposati, Giuseppe Franchina
scene Massimiliano Persio

musiche Pericle Odierna
costumi Antonietta Rendina
disegno luci Alessandro Iannattone
creazioni video Giovanni Marolla
ufficio stampa Andrea Cavazzini
produzione Emotions in Music e Stellar Film

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