Il circo del potere e il carnevale fonico gestuale

 

Abile a coinvolgere il pubblico nel gorgo della decostruzione attraverso un vertiginoso
mix di comicità alta e nazional popolare, con una surreale varietà di gag, che dirazzano
per slittamenti e ritmicità nell’assurdo, nella crudeltà, nello scavo tragico.
Senza parere.
Una avanguardia che riesce nel miracolo di farsi amare dal pubblico, e a fargli ingoiare
messaggi più forti di quello che non paia. Politica, sberleffo demistificazione.
Macchine sceniche, macchine corpo, che lo segmentano e ne sono mosse.
Una gestualità posturale attonita, e vocalmente surreale, con regressioni in borborigmi
animaleschi, voci chiocce infantili in sovracuto e controcanti rochi. Gramelot.
Un turbine, un vaudeville, un carnevale di fuochi d’artificio, e di ipercinesi cerebrotica e
corporea: un lunapark dell’assurdo e della denuncia.
Fin qui ciò che dico è un mix delle parole di mie recensioni ad altri spettacoli del
geniale duo Rezza-Mastrella, che anche quest’anno stanno agli onori del cartellone del
teatro Vascello di Roma, con due spettacoli del passato, Anelante (14-19 gennaio
2025), del 2015, e Bahamut (7-12 gennaio 2025), del 2006, e di cui vado ora a parlare.
Non uso a caso o per pigrizia parole già usate, ma per metterle al vaglio di questo
spettacolo, e per vedere quali siano le costanti e quale lo specifico, stante che non può
che apparire ovvio il rinvenimento di costanti stilistiche, di linguaggio e di intenti, nel
percorso di un artista.
E le parole già usate calzano a pennello, per questo suo testo scenico antico come per
i nuovi. E’ il Rezza style. Ma continuando su questa falsariga, direi che un altro dato
ricorrente, e particolare cifra di Rezza, è l’uso sovrano del ritmo e del controcanto,
dove si rinforzano reciprocamente, nell’alternanza, l’ipercinesi e iperfonia isterica degli
acuti scenici, e i bruschi controcanti di stasi e silenzio, un silenzio talora talmente
prolungato, che da attonita maschera fissa comica, in stop motion, va a farsi attesa
inquieta, generando tensione nel pubblico.
E’ il caso del nano, che invisibile nel buio, dopo una serie di comiche fonico deliranti,
improvvisamente tace a lungo .. per riemergere di botto gridando, “Faccio lo stronzo”,
sciogliendo la tensione in comica.
Ma è anche il caso dell’inizio spettacolo, dove lui emerge sdraiato in veste dorata,
supino, in cima allo scivolo della macchina scenica centrale (un parallelepipedo aperto
di tubolari, con teli di vario colore). Emerge nella penombra, indistinto, ma soprattutto
emerge fonicamente, inizialmente con un indistinto mugolio asmatico e lamentoso, che
se fosse di parola chiameremmo logorroico (come un infinito parlar tra sè).
E alla fine è un parlar tra sé, un rumore di pensiero che lentamente metamorfizza i
fonemi e i borborigmi in parola, e si fa refrain ossessivo, “dice che deve fa, e alla fine lo
devo fare io … dice che deve andà, e alla fine ci devo andare io”.
E’ la metafora d’inizio dello spettacolo, ma è anche uno stilema di ritmo, creando
tensione e attesa, su un accadere che non è ancora accadere, e pur già accade,
spinge a nascere. E la metafora si inspessisce quando vediamo questo personaggio
diventare, a tutto tondo, un invalido capriccioso che tormenta i due comprimari con
richieste ripetitive (scivola e si fa riportare su, all’infinito). E’ invalido, e quindi
impotente, ma è anche sadicamente potente nel manipolare con la propria invalidità chi
non può ribellarsi. Una dinamica che poi si ripete nello spettacolo con altre figure: con
gli operai ed un sindacalista sottomessi da un industriale della moda; con un figlio
sottomesso alla madre; con gli indiani d’America sempre più espropriati, e spostati in
spazi sempre più remoti. Ed è singolare che la resistenza cocciuta di questi si trasformi
nella gag di un continuo rinascere di una loro lallazione di protesta.

Un indistinto sonoro, pre linguistico, ma che ricorda la spinta a nascere della parola
dell’invalido iniziale, dove la parola evidentemente sta per il potere manipolatorio.
Ma perché dicevo dell’invalido come metafora? Perché è un crocevia di impotenza e
potere, come un potere sospeso, quel potere sospeso che dà il titolo allo spettacolo,
Bahamuth, pesce mitologico che regge il mondo, ma sta sospeso su acque senza
fondo, e dunque non si regge su nulla. Un po’ la dialettica servo padrone che informa
tutto lo spettacolo, tra caricaturali repressioni, patetiche ribellioni, e comici
adeguamenti dei repressi alla logica del potere.
Una per tutte, come metafora comica dell’adeguamento, la gag della donna incinta.
Esternamente comica gestuale, con Rezza calato in un cono plastico, ed il parto come
palloncino che esplode.
Nella sostanza la comica della maternità venduta, strumentale, dove si ipotizzano figli
maschi sottosegretari, e le figlie femmine ‘sotto’ ai sottosegretari, sessualmente, cioè
sesso venduto al potere.
Le gag sono tante, ma alla fine in scena è il circo di un potere che si regge sulla
sessualizzazione del nulla. Non a caso alla fine Rezza fa due parti usando due voci e
due postazioni, camminando avanti e indietro: lo sfruttato e il padrone con cui andrà a
cena.
Fino a che, con un ‘meta’ sciopero attoriale, la rappresentazione non si interrompe, e
finisce lo spettacolo, sottraendosi al pubblico, con il calare del buio.
Qua, là. Dislocazione e apparenza dei ruoli.
Come, con effetto stroboscopico, era stato prima nella scena del nano, che con
alternanze veloci luce-buio-luce, lo dislocava in spazi diversi imprevisti. Al ritorno della
luce infatti lo si ritrovava sempre agli antipodi della scena precedente, che irrideva al
pubblico che lo cercava altrove.
Perché il potere è rappresentazione, e non è mai dove lo cerchi.
Come Bahamuth.
Ma gli applausi sono sempre lì, a ondate, da un pubblico entusiasta, che non è chiaro
quanto capisca di essere stato frustato.

Marco Buzzi Maresca

Bahamuth, di Flavia Mastrella ed Antonio Rezza
con Antonio Rezza, Manolo Muoio, Neilson Bispo Dos Santos
Liberamente associato al “Manuale di zoologia fantastica” di J.L. Borges e M. Guerrero
(mai) scritto da Antonio Rezza habitat di Flavia Mastrella
assistente alla creazione Massimo Camilli luci e tecnica Alice Mollica
macchinista Andrea Zanarin
organizzazione Tamara Viola, Stefania Saltarelli
una produzione RezzaMastrella – La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello

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