“Ho scritto il silenzio” fa terminare il trittico teatrale dedicato ai poeti maledetti, un omaggio di Antonio Mocciola a tre figure illustri della scrittura. Il percorso teatrale è iniziato con Paul Verlaine, è proseguito con Lautremont fino ad arrivare all’ultimo autore da celebrare, Rimbaud. Un filo conduttore tra i tre lavori è approfondire, sotto una veste nuova, dei personaggi che hanno dato vita ad opere immortali. Non vengono considerati per ciò che hanno lasciato come testi, ma più che altro per quello che hanno vissuto. Mostrare al pubblico, senza alcun filtro, la possibilità di scavare nel torbido, di assaporare il male interiore di questi illustri autori. Ed ecco infatti ancora una volta osservare uno scrittore nel suo privato, in un momento particolare della propria vita. Presso il salotto Gloeden di Napoli è andato in scena “Ho scritto il silenzio” per la regia di Giuseppe Brandi. L’ospitale location ha messo i riflettori su un episodio significativo della vita di Rimbaud, interpretato da Emanuele Di Simone. Il momento preso in esame è quello vissuto da Rimbaud subito dopo aver litigato con Verlaine, non di certo per motivi professionali. I due erano amanti e, in quell’afoso pomeriggio, dopo essersi dati dati alla pazza gioia tra alcol e droghe, sono partiti due colpi di pistola sparati dall’uno verso l’altro. Verlaine ha impugnato l’arma colpendo di striscio il braccio dell’amante e mandando a vuoto l’altro colpo. Scappare via in quel momento è stata l’unica azione nella mente alterata dell’artista, lasciando Rimbaud insanguinato e in preda all’ebbrezza delle sostanze. E’ qui che parte il monologo, con una specie di flusso di considerazioni verso quello che poteva essere amore invece era male. Un rapporto che non poteva continuare di certo in quei termini, con la possibilità di ferirsi non solo fisicamente. Un dialogo fatto da una persona sola in cui Rimbaud parla con un Verlaine assente, ma in realtà sentito fin sotto la pelle. Emanuele Di Simone incarna l’autore mostrandosi senza alcun tipo di censura al pubblico, nudo interamente dall’inizio alla fine. Sono stati il suo corpo e la sua voce ad aver creato l’atmosfera giusta per poter accompagnare i presenti esattamente in quel momento della vita dello scrittore maledetto. Un flusso personale di amore, di sincerità, di odio, di consapevolezze e di turbamenti che hanno attanagliato ogni parola del monologo. Coraggioso il progetto di Mocciola che, ancora una volta, trova un valido esponente da palcoscenico per incarnare le sue parole. Un trittico che si conclude con un’opera forse ancora più personale ed intima rispetto alle altre, che mette in luce qualcosa di nuovo. Una versione di Rimbaud inedita che incuriosisce e strazia al tempo stesso, cavalcando l’onda dei rapporti sbagliati, tema quanto mai attualissimo. Un’analisi di ieri che permette di fare luce anche sulle tematiche di oggi, un lavoro completo e audace che scuote e fa riflettere.
Gaetano Cutri

