
Una anziana senza identità, sfaccendata e bigotta. Un giornalista vanesio. Un barbone. Una prostituta. Una fanatica. Un domatore da circo. Un pompiere. La morte che danza silente e pietosa. Il circo delle monadi. Il circo dell’assurdo. Ed il silenzio assordante della presenza: il suicida. Un garbato varietà dell’assurdo, leggero e frivolo nel ritmo, crudele nella sostanza, quello che apparecchia questo testo del poeta e drammaturgo Luigi Amendola, morto precocemente, a 46 anni, alla fine degli anni novanta del secolo scorso.
Il vaudeville delle monadi, dove l’assenza di empatia è appena appena graduata: massima nelle funzioni pubbliche, il giornalista ed il pompiere, altalenante negli altri, forse meno narcisisti, e a diverso grado frustrati. Assoluta e surreale nel domatore. Solo la morte ha pietà di tutti, e qualche cedimento all’altro è nella prostituta, che come rivendica nel finale, fa di mestiere la consolatrice di cento. Enigmatico e a parte, il barbone.
Il pretesto è semplice. L’anziana, passando per strada, e guardando in alto, vede un uomo sul cornicione, intenzionato con tutta probabilità a suicidarsi, e comincia apparentemente a disperarsi, ritenendo che si debba fare qualcosa. Senza tuttavia essere in grado di combinare davvero qualcosa, ma aggrappandosi agli altri. In primis ad un giornalista, che appena arrivato si accampa in modo irrealistico – con una macchina da scrivere – a compilare direttamente sul posto un pezzo di colore. E man mano tutti parlano, ed interagiscono, apparentemente, sulla questione del suicida: in realtà parlano di sé, usando l’altro come terminale a specchio e/o pubblico.
E il suicida evapora nel discorso degli altri, specchio di una disperazione senza ascolto. Sono tutti dei vinti quelli in scena, animali da circo, senza coraggio. Perché il leone è scappato, anzi è morto. E non a caso, simbolicamente, a cose avanzate, compare un domatore da circo, che cerca il suo leone scomparso, schioccando la frusta, ma nel vuoto, come ad addomesticare i presenti, belve inconsapevoli che stanno sbranando il suicida rendendolo spettacolo. Il domatore – un calzante Massimo Napoli, mellifluo surreale parodistico – è fuori situazione, se non fosse che la situazione in sé è un circo. Egli è l’incarnazione dello spettacolo, di quello spettacolo a cui gli astanti aspirano, o di cui sono parte. Lo spettacolo della miseria umana. Incarnazione dello spettacolo, ma anche controfigura estrema del fallimento. Il leone è morto, e gli suggeriscono di fare il clown.
Del resto la clownerie – in questa teoria di maschere macchiette tipi, tra il leggero e il grottesco – è la cifra del tutto, e su cui mi pare il regista insista, anche nell’orientare la recitazione degli attori, forse talvolta tuttavia un po’ troppo esclamativa ed euforica (soprattutto nel giornalista e nel pompiere). Uno per tutti, clownesco è il giornalista, che si bea del suo saper scrivere, ma che ambirebbe alla gloria letteraria con un romanzo, sì, ma sull’erotismo eschimese. E che rende clowneschi i presenti che come mosche sul miele gli ronzano intorno all’idea di diventare suoi personaggi. E clownesco è il suo disquisire filosofico, polemico verso il pietismo da dama di carità della anziana.
E clownesco ma anche dinamico, nella scena un po’ statica e claustrofobica – una panca, dei cubi e poco altro – è il ruotare dei personaggi nello spazio, tra incontri e scontri, attorno al centro dove si è accampato a scrivere il giornalista. Perché Toscanelli sa che un attore fermo nella parola, o è un dio, o è la morte della scena.
In tutto ciò, restano alcuni controcanti silenti, che innestano nella superficialità tragicomica, il silenzio, la tenerezza, il dolore. La voce degli esclusi. Il suicida in primis. Ma poi, con forte presenza decentrata, il barbone, uno splendido Fabio Fantozzi, che ad eco riprende e distorce le parole degli altri per avviare digressioni lunatiche e poetiche, e tormentoni di memorie. E anche quando tace, è sempre in scena a fare qualcosa: beve, ascolta la radiolina, suona triste l’armonica. E’ presenza dove gli altri sono assenza.
Non perché lui sia empatico. No. E’ anche lui egoriferito. Ma mentre gli altri nascondono le proprie debolezze, lui è la verità del dolore e dell’esclusione. E il simbolo stesso della strada, dove tutti passano, la strada come la vita. La strada del dolore e della morte.
La strada.
Brava e interessante in tal senso – e più calzante nel caricamento della recitazione, tra voce e gestualità – è poi Titti Cerrone, la prostituta. E’ lei a demistificare aggressivamente i discorsi falso idealistici degli altri, sia sentimentali sia narcisistici, ma è anche lei che – in un momento di silenzio – si avvicina da dietro a carezzare la testa del giornalista, e poi prende tra le mani la faccia del barbone. Le ricorda il padre alcolista. Lei capisce il dolore. Lei non esibisce i propri, ma è la consolatrice. La versione vitale di quella consolatrice che pare essere la morte, una donna che compare in nero due volte, a danzare e consolare.
I suoi stacchi reintroducono la consapevolezza attraverso il silenzio, così come le musiche della drammaturgia musicale di Toscanelli – unite ad alcuni momenti di stop motion o movimenti muti – scandiscono cambi di quadro con musiche d’inquietudine, in controcanto al cicaleccio.
Nell’insieme un’operazione interessante, anche se restano dei dubbi qua e là sulla recitazione talora forzata degli attori, e non sempre appare convincente la gradazione tra i registri, tra macchiettismo, grottesco e tragico.
Marco Buzzi Maresca
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Voyeurs,
di Luigi Amendola
Regia e drammaturgia musicale, Mauro Toscanelli
Con Fabio Fantozzi, Masaria Colucci, Francesco Perinelli, Titti Cerrone, Massimo Napoli, Adriano D’Amico, Roberta Bobbi, Valentina Rancini
Produzione, Melancholia Teatro – Foto di scena, Grazia Menna
Roma, Teatrosophia, 22 ottobre – 1 novembre 2026
