“Finale”, Familie Floz torna al Bellini

“Finale” di Familie Flöz: la poesia del gesto, il silenzio che parla

In un mondo che urla, “Finale” sussurra e incanta. Al Teatro Bellini di Napoli, i Familie Flöz tornano con uno spettacolo che è al tempo stesso celebrazione e rivelazione.

Trenta anni di ricerca teatrale sublimati in un’opera muta, ma straordinariamente eloquente, dove le parole vengono lasciate fuori dalla scena per far spazio al linguaggio più universale: il corpo, il respiro, la presenza.

Tre frammenti di vita si snodano senza soluzione di continuità.

Un anziano gestore di un negozio che resiste alla notte in un luogo dove potrebbe succedere qualcosa di magico.

Una giovane donna immersa nella natura, tra solitudine e contemplazione che celebra l’identità anche del regno animale.

Un uomo che piange la malattia di una stretta parente, ricordandone i fasti da palcoscenico pieni di successi.

Nessuna di queste storie viene mai detta, eppure ciascuna è perfettamente comprensibile, perché parla una lingua profonda, quella delle emozioni.

Il segno distintivo della compagnia, l’uso di maschere rigide, raggiunge qui una vetta poetica altissima.

Se in apparenza l’espressività è limitata, in realtà si apre uno spazio drammaturgico tutto nuovo, in cui è il corpo a “far parlare” il volto.

Ogni gesto è misurato, ogni movimento ha un peso, una direzione, un’intenzione. È teatro fisico nella sua accezione più pura e spirituale.

Il cast formato da Fabian Baumgartner, Lei-Lei Bavoil, Vasko Damjanov, Almut Lustig e Mats Süthoff lavora in perfetta sintonia, come un organismo unico.

L’intelligenza registica di Hajo Schüler sta proprio nel lasciare spazio: ai silenzi, alle pause, agli sguardi, alla musica che non commenta ma accompagna, come un’eco dell’invisibile.

Non c’è retorica, non c’è facile emozione. Eppure, si piange. Si ride. Ci si riconosce. Perché Finale non è la fine di nulla

Napoli, città abituata al calore, al verbo, al corpo vivo della scena, accoglie questo silenzio straniero con raro rispetto.

E nel buio della sala, per lunghi istanti, sembra davvero che il teatro stia facendo ciò che dovrebbe sempre fare: non spiegare la vita, ma celebrarla.

Gaetano Cutri

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