Il sorriso è contagioso, l’entusiasmo pure. Accade, a chi vive d’arte e ne accetta anche i lati più paradossali. Emanuele Iovino torna a casa dopo aver girato l’Italia con “E’ la fine”, in scena sabato 23 novembre allo Spazio 51 di Scafati (Salerno). A Milano e a Catania, ospite del Fringe, l’uomo in bilico sulla corda tesa ha raccolto gradualmente sempre più pubblico, sempre più consensi. “Le persone si ritrovano in alcune tematiche, come la precarietà – racconta – e la chitarra che ho con me può diventare tutto, in qualunque momento. Sono un trentenne che riceve la vita in faccia, e deve reagire”. Nasce così un testo che Emanuele, affidandone la regia a Giuliana Pisano, descrive come un quadro: “Ho preso dei diari miei scritti qualche anno fa e ne ho ricavato quasi tutta la drammaturgia. C’è l’amore incondizionato della famiglia, il mondo del lavoro, la denuncia ecologista, la difficoltà di innamorarsi. Il protagonista si fa trasportare da alcune cose con la paura di affogare. Inizialmente pensa a com’era bello giocare a fare finta di nuotare, poi il gioco si fa serio, fino a perdersi in questo mare, per giungere poi alla ricerca dello strumento di libertà. Da momenti di leggerezza, divertenti, si passa quando meno te lo aspetti a vere e proprie coltellate”.
Il bambino che guardava ammirato persone comuni diventare, di colpo, attori, negli spettacoli amatoriali nelle chiese di Secondigliano adesso è un adulto che, per nulla incoraggiato dallo scetticismo della famiglia, vive di teatro, accettandone il fallimento. “A 36 anni ormai ho scelto la mia vita – ammette – anche se i miei sognavano, e sognano ancora, un destino diverso. La paura di fallire fa parte del gioco, ed io che sono figlio unico conosco la solitudine fertile che spinge a creare”. Giovane ma già carico di ricordi, Emanuele seleziona i momenti più importanti del suo percorso artistico: “Ho amato “Anime in San Lorenzo” di Maurizio Capuano, “Sebeto”, che fa parte di “Leggende Napoletane” con Diego Sommaripa, che ha visto il mio esordio alla scrittura, “Ancora amici” di Gennaro Monforte e “Le confessioni” di Manfré all’Elicantropo, teatro nel quale amerei tornare. Quell’esperienza – che sembrava un saggio ma non lo era – è stata una palestra eccezionale, ponendoti brutalmente a tu per tu col pubblico. Stimo immensamente artisti come Davide Iodice, per la sua poetica e umanità, e Salvatore D’Onofrio, ovvero l’attore che io vorrei essere. Ma ammiro tanto anche la perseveranza di Giovanni Meola”.
Nessuno spazio per i pentimenti: “Anche le cose bruttissime che ho fatto ti insegnano qualcosa. Certe matinée, ad esempio, sono spesso negative, non hanno nulla di pedagogico. Difficile appassionarsi. Amo invece lavorare con gli adolescenti, conosco la società, vengo da quartieri problematici, dare la possibilità di potersi esprimersi è appagante. Spero anche io di avere sempre margini di libertà, per non essere costretto a fare cose controvoglia”.
Le luci e le ombre del carattere sono analizzate con lucidità, facendo di questo talentuoso scugnizzo un uomo persino più grande della sua età anagrafica: “A volte mi giudico troppo, vorrei essere più indulgente. Ma conosco le mie potenzialità, ad esempio riesco a caratterizzare bene i personaggi. Ho i miei tempi, forse lenti, ma alla fine arrivo. Fisicamente mi piaccio, mi basto, anche i miei fianchi – che non ho mai amato – ho imparato ad accettarli. La perfezione non mi interessa, e amo i difetti degli altri. Non a caso, mi dicono, riesco a fare stare bene le persone attorno a me”.
E ripensando agli incontri affettivi della vita, il sorriso e gli occhi vivacissimi si velano di malinconia: “Nonna Anna, papà Pino e la mia compagna, Rosa, sono i puntelli della mia esistenza. Quest’ultima, che è anche un’eccellente fotografa, mi fa riflettere sulle cose con schiettezza, per amore di verità. Di questo ho bisogno, questo è l’amore”.
Sospeso nell’aria, un desiderio confesso: “Vorrei non smettere mai di osservare, di meravigliarmi. Vorrei vivere per sempre in un eterno incantesimo”.
Attorno, la città brulica di fretta e malcostume. Emanuele Iovino è un’oasi intatta di sogno e poesia.
Antonio Mocciola

