Lo spettacolo andato in scena al Teatrosophia (Roma, 7-10.11.24) – Memori – di Macrì
e Lorusso, e già di successo da due anni in varie piazze d’Italia, è un vero fuoco
d’artificio di intelligenza testuale e fisica, e diremmo quindi di precoce maestria. Parte
lento, e subito si imprime, con la sua struttura circolare a sbalzi crescenti.
I due giovanissimi interpreti, coautori del testo, prendono posto, nel buio, su una panca
bianca, a centro scena. Bianco e nero. Il bianco esterrefatto attonito del volto a biacca
della maschera clownesca, sopracciglia alzate e labbra di sottile linea nera, ad esaltare
le smorfie espressionistiche in stop motion.
Il bianco esterrefatto nel buio, e nel vuoto di un non luogo. A incidere il nero di
domande circolari, senza risposta. E dall’immobilità delle pose, del dilatarsi della pausa
– tra comiche, stupore, metafisica, ilarità dell’assurdo – esplodono gag linguistiche e
fisiche a frenesia, come se l’elastico teso dalla pausa esplodesse nel lancio.
Domina un senso del ritmo assoluto, con colpi e contraccolpi, e stacchi buio luce, per
quadri, ritmati e sottolineati da musiche cabarettistiche e vagamente zigane, spesso
fiati e marcette.
I due protagonisti, come il gatto e la volpe, come Estragone e Vladimiro, si fanno eco.
Si tormentano, litigano, fanno pace, si separano senza separarsi, e spesso, a
specchio, si scambiano i ruoli e le parole. Sono uno l’eco dell’altro. Amici simbiotici, e
che pure non si sopportano. E nel culmine dello scontro polemico, parlano uno sopra
l’altro, in una crescente frenesia comica di non ascolto.
Lasciarsi e non lasciarsi, il nonsenso, il non luogo, l’attesa. Un tempo non tempo.
La reciproca dipendenza. Come in ‘Aspettando Godot’, e ‘Finale di partita’.
Addirittura scientemente si pratica la citazione diretta dall’Atto I di Godot per quel che
riguarda la sequenza offeso/pace/impiccarsi/lo fa venire duro/se si impicca il leggero
muore, e l’altro resta solo/ rimandiamo.
I nostri due incarnano un po’ Vladimiro ed Estragone, un po’ Hamm e Clov, ma come
stravolgendoli con vena circense, in triste stralunatezza clownesca. Il duo clownesco
classico, il bianco (serio) e l’augusto (il puer ribelle), il musone e l’allegro, ma entrambi
a turno metafisici ed angosciati.
Così sobbalzano, stanno in ascolto, tentano di raccontarsi sogni.
E tutto si ripete.
Ma man mano cresce un senso di prigionia.
E se il bianco è serio e musone (Macrì) e l’augusto allegro e bonario (Lorusso), tuttavia
il musone tenta di fargli ricordare, senza che lui riesca.
Rimuove? Perché?
Forse, come in L’ultimo nastro di Krapp i sogni del passato sono stati smentiti?
O forse è la rimozione di un trauma più recente, dato che Lorusso non ricorda cose di
ieri.
1 – dici che tutto questo è successo ieri? / 2 – Non ti ricordi?! / 1: In questo posto?
/ 2 Ma certo! Non ti ritrovi? / 1 -Dove vuoi che mi ritrovi? Ho trascinato la mia
sporca esistenza attraverso questo silenzio! E tu vorresti che ci vedessi qualcosa!
Guarda questo schifo! Da qui non ne sono mai uscito!
Certo si è che, essendo il titolo della piéce Memori, il ricordare/non ricordare non
può che essere strutturalmente e tematicamente centrale. Lorusso non ricorda come si
sono conosciuti, e non ricorda il fatto di ieri. La memoria. La base dell’identità. Chi
siamo. Io e te. Io. In questo non luogo che è l’esistenza, silenzio di senso. E silenzio di
una risposta di Dio alle loro richieste e domande (forse l’unico punto debole della
piéce, nominare espressamente Dio).
Quello che Lorusso risponde alle sollecitazioni del compagno è evidentemente
simbolico.
E il luogo prigione di un eterno ritorno del nonsenso quotidiano?
E’ davvero la vita, il limbo eterno della non risposta dell’esistenza, o è un aldilà?
Teoricamente non ci sarebbe differenza, anche se il finale pare un post mortem dove
Dio tace, di là come di qua. L’accaduto di ieri infatti riguarda una gita al Braies see, a
cui sembra seguire un incidente d’auto.
Macrì – Doveva essere la nostra ultima vacanza […] doveva essere meraviglioso ed
ero
nervoso perché non sapevo come dirtelo, e tu eri così felice, continuavi a ridere, non
sapevi
nulla […] tu guardavi il lago […] stavamo in macchina, la radio cantava, ci divertivamo
[…]
e poi ricordo quell’istante […] un attimo così sfuggente, veloce, eppure lunghissimo, si
così
lungo che io ce l’ho nella testa e non riesco a rimuoverlo. Un attimooo…!
Qui si fa più acuto allora il doppio filo, che innerva tutto lo spettacolo.
Da un lato il nonsenso esistenziale in generale. Dall’altro la difficoltà dei rapporti umani,
come usura, ripetizione, prigionia, dipendenza, non comunicazione.
Macrì, il clown bianco, il serio, il musone, e Lorusso quello che ne blandisce le rabbie,
ma anche quello che non si ricorda come si sono conosciuti. Macrì che forse lo voleva
lasciare
la nostra ultima vacanza […] ero nervoso perché […] non sapevo come dirtelo
Ma il destino li ha legati per sempre nel timbro mortuario del nonsenso, e come ombre
forse continuano nell’aldilà la prigionia della mutua dipendenza, nell’attesa di una
impossibile risposta metafisica.
1 Siamo arrivati? Ma che ore saranno? / 2 – Che cazzo ci facciamo qui? […] / 1 Eh non si
dice cazzo
davanti a dio […] ….. 1 – Non sarebbe stato meglio lasciarci? Forse non eravamo fatti per
seguire
la stessa via / 2 – Non è sicuro / 1 – No, non c'è niente di sicuro / 2 – Beh se vuoi,
possiamo sempre
lasciarci / 1 – Ormai non vale più la pena, no? / 2 – È vero, non vale più la pena.
Il timbro mortuario. Non è secondario. Come in La classe morta, di Kantor, la morte ci
fissa dantescamente nell’inferno della ripetizione, da cui il non ricordare forse è un
tentativo di fuga. E mortuarie – nelle loro tragicomiche stop motion in espressioni
mimiche esasperate – sono le loro maschere-volto bianche, che contraddicono la
clownerie insistendo su corpi in giacca nera, che il bianco del trucco ha impolverato,
come disordinata cenere.
E sovviene ancora Godot (Atto II)
E – Tutte le voci morte / V – Che fanno un rumore d’ali / E – Di foglie / V – Di sabbia / E –
Di foglie
/ V – Parlano tutte nello stesso tempo / E – Ciascuna per conto proprio / V – Direi
piuttosto che
bisbigliano / E – Che mormorano / V – Che sussurrano / E – Che mormorano /V – Cosa
dicono?
/ E – Parlano della loro vita / V – Non si accontentano di aver vissuto / E – Bisogna anche
che ne
parlino / V – Non si accontentano di essere morte / E – Non basta
Sempre in questo senso, di fosforescenza tragica (dietro la vivacità da commedia
dell’arte) vanno anche molti degli scatenamenti in balli gestuali, da teatro danza.
Ed in particolare un momento, che non a caso ritorna due volte, identico, a
sottolineare momenti di spaesamento metafisico nei dialoghi. In un esplodere di
musica circense, cabarettistica, i due – nella penombra, con sferzate di luce livida –
danzano a retromarcia, qua e là, con le mani al collo per strozzarsi.
Molti altri momenti di danza e gesto varrebbero una citazione, ma mi piace concludere
con uno in controcanto poetico rispetto al timbro dark.
Macrì, su richiesta del compagno, gli fa la manovra del cigno, per rilassarlo e
consolarlo.
Un momento di concordia, amore, Di fusione corporea.
I due indossano in avambraccio mezzemaniche bianche. Le carezzano. Poi, uno
seduto sulla panca alza le braccia ad esse, e l’altro da dietro le continua con una esse
rovesciata.
E’ come se diventassero un unico dolce arabesco.
Infine, va sottolineato con quanta abilità usino pause lunghe per creare sospensioni
altamente espressive, nel dilatarsi a silenzio e immagine.
Ovviamente il pubblico ha reagito entusiasta, e non posso che dargli ragione.
Memori – di e con Nicola Lorusso e Giulio Macrì
Roma, Teatrosophia, 7-10 novembre 2024
Marco Buzzi Maresca

